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Moira Ponza è un’artista di Valdagno dall’indubbio talento disegnativo, qualità che coadiuva nell’attività di Madonnara (per l’utilizzo del gessetto, ma non solo) che predilige più di altre tipologie artistiche. Una parte dei suoi lavori, realizzati sull’asfalto o sull’acciottolato (sanpietrini, ecc…), non esiste più perché proprio questa è la peculiarità di tali opere effimere. Ovviamente il termine stesso Madonnara fa comprendere che si tratti di opere a tematica religiosa, o comunque d’ispirazione, che la nostra artefice predilige. Altra tecnica che apprezza (con felice esito) è l’acrilico con opere eseguite su supporto ligneo. Accolti con favore sono anche i grandi formati che le permettono una maggiore libertà di espressione in tempi più ampi.

Moira Ponza, Il sorriso, gessetto su tavola, 2023,
Quest’opera ha una caratteristica intrinseca particolare ed è lo sguardo diretto della Madonna che è capace di sorridere ad ognuno con una vicinanza che potrebbe quasi mettere in imbarazzo l’osservatore. L’idea della luce che colpisce il velo, creando un effetto quasi di cangiante tra il rosa panna e l’azzurro, conferisce l’impressione di una visione estatica, con una fissità contemplativa, di un volto santo… Le pieghe del velo, che ricordano quasi dei versanti di montagna a coste ed a balze, potrebbero richiamare quel percorso d’ascesi antico, quella salita al monte (di scelta tra virtù e vizio) la cui sommità è Dio. L’aureola è qui un alone d’argento, uno specchio che osserva di fronte a sé irradiato dalla luce del figlio. Tutt’attorno domina un cielo azzurro limpido ed intenso.

Moira Ponza, Neonata, gessetto su tavola,
Riuscitissimo è questo ritratto a gessetto, realizzato grazie ad una grande capacità disegnativa unita ad una minuziosa resa dell’epidermide, dei capelli ricci e del lenzuolo che l’avvolge. Di nuovo colpisce questo sguardo diretto che trafigge per la sua intensità, innocenza, ed induce a distogliere il proprio. Si tratta di un guardare all’anima, o meglio sono due anime che si osservano… gli occhi della bimba non sono sorpresi, studiando l’osservatore quasi con una saggezza fuori dal mondo, enigmatica e senza risposta. Interessante la sfera d’oro dell’orecchino e poi quella specie di cintura di perline che a conti fatti potrebbe essere il bordo del pannolino. Si tratta comunque di dettagli che impreziosiscono la composizione, con l’oro che rimanda allo sfondo (alla luce?) che sfuma commisto all’azzurro-blu.

Moira Ponza, La preghiera, gessetto su tavola,
Di nuovo ci si trova di fronte ad un soggetto mariano davvero insolito: la Madonna che prega seduta quasi a terra, in ginocchio, prossima al parto. Viene subito alla mente Piero della Francesca con la sua Madonna del parto che in quel caso esibisce il suo grembo con una dignità regale. Qui non c’è il contatto di sguardi tra Maria e l’osservatore, ci si trova ad assistere ad un momento di preghiera e raccoglimento, una contemplazione guidata da una giovane che ancora non ha provato alcuno dei dolori della vita che la singolarità di suo figlio le farà sperimentare, a partire dalla profezia di Simeone. La luce d’oro (dell’alba?) accarezza i suoi abiti ed occupa un rettangolo di sfondo, quasi confondendosi con l’aureola che sfuma di rosso divenendo più intensa ai lati di questa fascia centrale. La posa della Madonna è piramidale, per non dire trinitaria, ed assieme all’aureola portano tridimensionalità in una composizione geometrica d’impatto.

Moira Ponza, Il sacro albero, acrilico,
Quest’opera fa parte di un filone dell’artista che nasce dal mito di Filemone e Bauci, gli anziani coniugi che ospitarono Zeus ed Ermes (sotto false sembianze) ed in virtù di ciò vennero ringraziati trasformandoli in alberi eternamente abbracciati. Si è traslata quindi quest’immagine e la si è adattata ad un’altra coppia, tra loro Gesù Bambino simile ad un ostensorio con il capo raggiato (e la particola), un corpo di Cristo naturale che ha dato i suoi rigogliosi frutti (o foglie) perché serbato al centro dell’albero, nel suo cuore. Sullo sfondo un immenso sole d’oro che ha aperto le nubi, dissolvendole, per illuminare variamente il fogliame di quello che probabilmente è un ulivo. Bianco (argenteo), oro, ocra e marrone, questi i colori che se da una parte rimandano al sacro, è innegabile un riferimento all’autunno. Interessante la resa della superficie ai due lati con questi effetti che imitano le irregolarità del terreno riportando la vicenda in una dimensione maggiormente umana.

Moira Ponza, Etele (l’Anguana), acrilico,
Etele, la ninfa figlia della regina Uttele, del folklore prealpino legato alla Montagna spaccata della zona di Recoaro, è ritratta qui con viva intensità. Il suo incarnato verde chiaro è rivestito di magia, fiori geometrici la ricoprono come henné d’argento e verde scuro. C’è anche del rosso nel viso, sulle labbra, tra i capelli e nelle zone in ombra. Si noti una nudità naturale bella e ferale per una figlia della natura dagli occhi fissi, il volto solcato di fulmini bianchi come i capelli che salgono verso l’alto simili al fuoco. Ad ornamento una mezza corona di spine, o forse lunghi e ritorti rametti di corallo che richiamano il suo legame con l’acqua. Accovacciata in una posizione fetale s’accorge dello spettatore e lo sfida a resistere al suo sguardo… Dalla sua ha l’ambiente naturale, quel fiume originatosi dalla spaccatura nella roccia legato ai fatti della vicenda mitica, che si staglia all’orizzonte.

Moira Ponza, Madonna del latte, gessetto su tavola,
Siamo di fronte ad un’opera molto luminosa con un tema mariano trattato con umanità e naturalezza. Gesù bambino ha una posa attorta, un movimento spiraliforme che tende verso l’alto e fissa la madre con intensità. I gessetti sciolgono il colore rendendolo più mimetico e vivo, si avverte il calore degli incarnati, la scioltezza delle stoffe e l’intensità della luce. Il bambino è nudo, ma a prefigurare il sudario è la camicia di Maria, aperta a porgere una mammella al figlio, felice ed al contempo dolorosa… Dietro aloni di luce a formare le aureole, fonti luminose che s’aggiungono alle luci che illuminano le figure da davanti. L’arancio della veste è quello dello sfondo, ma con una dolcezza e leggerezza maggiori, a cui si aggiunge l’azzurro lucente.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Settembre 1592, Visita pastorale del vescovo Michele Priuli
Il borgo di Lonigo sonnecchia, una bianca coltre vi è stesa come un lenzuolo a schermarlo dal sole. Il clima è mite, frizzante. Ci si aspetta un inverno freddo, buono per zucche e cappucci. Ospite di Palazzo Pisani, mi trovo a godermi la vista dal primo piano della loggia, dalle arcate aperte sui lati nord e sud. Da quest’ultimo scorgo la Pieve dei Santi Cristoforo, Quirico e Giulitta dare le spalle al campanile, oltre le lunghe muraglie dei giardini, a sua volta svettante sopra al recinto del cimitero. Dal lato nord è visibile Piazza dalle Biade con a destra il palazzo vescovile in cui si stoccano le decime e che uso durante i periodi di riposo. Sospiro, c’è tanto lavoro da fare ed altro non vorrei che dedicarmi alle mie letture. L’arciprete Vulpiano ha i suoi grattacapi e non può accompagnarmi per tutte le località che ho da visitare in questi giorni.
«Sua Eminenza, la cavalcatura è pronta».
Annuisco bonario e scendo. Le scale sono in un vano laterale che ammettono negli ambienti che conducono giù, al Volto centrale del palazzo. Le guardie dei nobili Pisani chiacchierano con la mia scorta. Impartiti gli ordini a dei funzionari, che in mia assenza svolgano certe mansioni, salgo a cavallo. Accanto a me il mio segretario e scriba. Il capo scorta sopravanza e così circondati siamo pronti a partire. Senza fretta ci avviamo in direzione sud. Le muraglie dei giardini sono piuttosto lunghe e si annettono alla Pieve. Passiamo oltre, ho già dato ieri delle strigliate all’arciprete e non ho intenzione di soffermarmi nuovamente perdendo altro tempo.
La Contrada di Braggio è splendida con i suoi prati, gli alberi e le vigne. Gli orti sono rigogliosi e gli agricoli al lavoro ci osservano passare, si fanno il segno della croce e qua e là impartisco qualche benedizione. Passiamo accanto, sulla sinistra, alla chiesetta di Santa Caterina, amenissimo luogo di grande spiritualità. La mia destinazione è ancora oltre e man mano che procediamo la campagna si fa sempre più aperta. Svoltiamo un po’ a sud-ovest e ci limitiamo a seguire i sentieri per un buon tratto e dopo una ventina di minuti siamo nei pressi della chiesetta di Santa Marina.
Di fronte al piccolo edificio dal tetto a capanna e campaniletto c’è uno spiazzo largo, tutt’attorno diverse tombe di plurime antichità che spuntano dalla terra. Dei villici si riposano all’ombra di un gruppo di alti cipressi.
Smontiamo e sono sorpreso che non ci sia nessuno ad accoglierci. Bene, le visite pastorali servono proprio a questo: trovare e possibilmente risolvere i problemi, o per lo meno indirizzarli per il meglio.
La scorta ha controllato l’intorno e possiamo avanzare con tranquillità.
Da una casetta attigua esce un’anziana che si avvicina come può, più veloce che riesce.
«Maria Vergine, non sarà mia il vescovo elo?»
«Sì, sono io. È lei qui la custode?»
«Faccio le veci di Fra Giuseppe».
E chi sarebbe? Hmm…
«Non lo conosco. Dov’è?»
«No lo so mia, el gaveva calcosa da fare a Cologna».
Iniziamo bene…
«Mi dica di più. Posso entrare a vedere l’edificio?»
«Certamente, el ghe fasso strada».
Estratte le chiavi dalla tasca sferraglia un po’ e poi ci apre ed io ed il mio scrivano entriamo. Si tratta di un ambiente ad una navata con tre altari. Il maggiore, presumo, dedicato alla martire Marina. A sinistra uno dedicato a Santa Lucia, mentre a destra non so. Guardo il soffitto, avrebbe bisogno di…
«Staga tento a vardar ‘vanti i piè che el pole inciampar».
«La ringrazio della premura. Sono previsti dei lavori per mettere apposto il tetto, il pavimento e perché no rinfrescare le pareti?»
«So che i ga da vegnere a fare sti lavori che el dise, gli operai i se sa sta ciamà».
«Davvero? Bene, bene. E di questo Fra Giuseppe che cosa mi sa dire?»
«A lè tanto un bravo toso. L’è sovane, ma el ga tanto zelo. So che prima l’era nei conventuali».
Con che mandato è qui? No, no bisogna che veda le sue licenze…
«Mi spiace, gli dica di venire a Vicenza con i suoi documenti, si quas habet (ammesso li abbia). Fino ad allora non potrà dir messa. Il mio scrivano le rilascerà ora una lettera, gliela consegni».
«El varda che l’è bravo davero. No le mia come sti nostri perdizorno, el ga da fidarse de mi».
«Vorrei tanto poterlo fare, ma devo prima vederlo questo giovane. Non trova?»
«Ga razòn… Come femo? Me spiaze chel vaga via angustià».
«La chiesa è in buone condizioni, i villici la frequentano. Dica al frate di venire al più presto».
Abbiamo fatto presto.
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
1433, monastero dei SS. Fermo e Rustico
Il nobile Angelus del fu Federicus de Alemania, armigero al servizio di Venezia, è in punto di morte e fa testamento. Converso, dona al suo priore Luca da Este, dei monaci dell’ordine di San Giorgio in Alga, parte delle sue sostanze.
Il dormitorio di vimini e terra è luminoso ed ampio, i letti di fieno sono disposti a terra con ordine, separati appena da esigui tendaggi. Il povero edificio ha già qualche anno e sarebbe potuto crollare non fosse per la diligente cura dei monaci, dediti a quest’ora alle funzioni religiose ed agricole quotidiane. Gli ultimi giacigli, i migliori ed i più tranquilli sono occupati da alcuni malati o infermi che hanno la possibilità di godere della vista del giardino, con delle tende a fare ombra vista la stagione estiva. In uno di questi giace il vecchio guerriero che affronta con stoica serenità le sofferenze delle piaghe da decubito, per la lunga permanenza a letto, nonché i sintomi della malattia.
La nobiltà dei suoi modi corrisponde ad un aspetto elegante, capelli biondi quasi del tutto ingrigiti, occhi azzurro cielo e spalle ampie. Poggiata accanto a sé la sua spada, fidata compagna nella vita e nella morte.
“Mi hai fatto chiamare?”
“Sento approssimarsi la compagna morte, voglio fare testamento. Priore, mi faccia l’onore di assistermi.”
“Ma certo, come potrei anche solo negarti qualcosa? In questi anni il tuo aiuto è stato davvero prezioso.”
“Ho deciso di provvedere a mie spese a quella pala d’altare di cui tutti non fanno che lamentare la mancanza.”
“Ma Angelo, ne sei sicuro? È una spesa esosa per chiunque!”
“Non per me, che cosa posso farmene in paradiso delle ricchezze terrene?”
“Dovrebbero avere tutti il tuo spirito. Come sarebbe migliore il mondo…”
“Scrivi così… Die 17 augusti 1433… Angelus quondam Federicus de Alemania armiger ad presens priori Luca da Este, beneficiato monasterii SS. Firmi et Rustici… offre 15 ducati… pro faciendo depingi unam imaginem gloriose Virginis Marie pro anima sua”.
“Non è possibile! Dove le tieni tutte queste monete?”
“Metti una mano sotto al cuscino, tra parete e giaciglio”.
Il priore esegue la richiesta e trova una saccoccia con all’interno le monete che brillano d’oro.
«Ho pensato anche al pittore: prova a chiedere di un certo Andriolus Veronensis… che faccia una Vergine con il Bimbo in braccio ed altri santi attorno, come oggi si costuma».
«Sei deciso a fare questo, fino in fondo? Non hai nessun parente da… Angelus! Oh no, Angelus».
L’armigero è spirato. La pala, ammesso sia davvero quella eseguita da questo Andriolo da Verona, è oggi perduta.
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Valeria Iseppi è un’artista vicentina che, prolifica e dotta, coniuga il suo fare artistico in tre ambiti principali eguali tra loro: l’acquerello botanico, l’incisione ed il libro d’artista. V’è una predilezione per il mondo naturale tramite uno studio lenticolare di ogni sezione floreale o piumaggio che apprezza il dettaglio minuto, la piccolezza dedicando pazienza ed ore infinite ad un lavorio più che certosino. Quest’artista ha in sé il gusto per la narrazione e lo dimostra con il suo studio del libro d’artista e la realizzazione di svariati esemplari tutti unici e singolari, frutto di lunga preparazione. Anche l’incisione con le sue molteplici tecniche, da quando l’ha scoperta, le ha dato un valido aiuto e stimolo, ampliando il suo orizzonte per uno sperimentare colto e riflessivo che guarda dentro e fuori collegandoli, restituendo qualcosa di nuovo, vibrazioni che si rifraggono come onde agli occhi dell’osservatore. Utile riportare un gusto catalogativo, che insegue esemplari botanici rari per concorsi prestigiosi, con una grazia al di là del tempo che si ammanta di semplicità agraria da mitica età dell’oro.

Valeria Iseppi, Cinciarella, acquerello, 2020,
Una giocosa cinciarella osserva il mondo dal ramo di un nocciolo e volge la testa qua e là, con le piume arruffate dai colori sgargianti. Il blu cobalto per il capo, le ali e la coda, il bianco per il volto e la striscia nera all’altezza degli occhi, il verde per il dorso ed infine il giallo per il ventre. È impossibile non accorgersi di lei e la sua colorazione induce alla meraviglia chiunque non sia un esperto di ornitologia. L’artista ha saputo esaltare il suo soggetto con degli utili accorgimenti prendendo animale (e ramo) direttamente dalla realtà, come se avessero deciso di posare per lei. Il ramo mostra le gemme ed un cosiddetto amento pendulo (il suo fiore), nonché la copertura di licheni lungo tutta la corteccia bruna. Questo ramo è così ornato di trine e pizzo, color verde giallo ed azzurro, che può certo rivaleggiare colla livrea del piccolo passeriforme. L’inizio del ramo appare in dissolvenza ad indicarci che non si tratta di una figura senza contesto e quindi artificiosa, viziata se si vuole. L’agile ed irrequieta cinciarella non sa stare ferma, le piumette son tutte in disordine e la sua figura si confonde con il bianco della carta. Ciò è un effetto voluto, un indizio di maestria che non solo dà l’impressione di tridimensionalità, ma anche di realtà concreta e non piatto e piano disegno.

Valeria Iseppi, Minuzie naturali, acquerello, 2023,
In quest’opera ci si può immergere in una peculiare passione dell’artista che ama soffermarsi sui più piccoli dettagli della natura per delle composizioni raffinate e colte, una sorta di collezione all’acquerello che dimostra tutta la conoscenza botanica acquisita. Proviamo ad indagare un po’… C’è una ghianda di quercia ben visibile, come anche i cosiddetti “elicotteri” con i semi dell’acero, più in là anche i semi del tiglio. Sotto la ghianda c’è la rosa canina con le bacche ovali, accanto il luppolo verde chiaro. Il rametto con le foglie fucsia è l’Evonimo o Berretta del prete, poco sopra la vite americana con le bacche scure, al centro del tutto quelle del biancospino. Sopra un grappolo di bacche di sorbo, in alto a sinistra dei semi ed un fiore di ortensia, le piccole pigne invece sono dell’ontano nero… il ramoscello con foglie zigrinate è il carpino. Sicuramente ci sarà dell’altro, portate pazienza sono solo uno storico dell’arte. Si tratta di una composizione ben calcolata in cui si è scelta con cura la disposizione degli elementi per non risultare pesante, ma ariosa, piacevole e quasi amorosa in cui vige la regola della delicatezza gentile e lieve. La quercia è Zeus, la forza, che la ghiandaia pianta sottoterra. La rosa canina è dolce, ma spinosa, rimanda ad Aphrodite, il tiglio ad Ermes, il sorbo ad Artemide… tutta una genealogia divina che rende quest’opera quasi un’oracolo, una profezia enigmatica che nemmeno i più saggi sanno interpretare con certezza.

Valeria Iseppi, Ciclamini, grafite, 2021,
Il ciclamino è un fiore molto noto il cui nome greco (letteralmente “cerchio”) indica la torsione a spirale dei suoi frutti e prima ancora dei petali della corolla. La foglia è invece di aspetto cordiforme, a cuore, iconico tanto quanto il suo colore tra il rosa ed il lilla. L’artista in questo caso predilige le forme che si esaltano privando il fiore dei suoi colori. L’acquerello botanico si serve della grafite per quelle parti, per così dire, collaterali all’opera principale che però qui, per un brillante divertisement, diviene essa stessa opera a sé stante. Pare che questi fiori siano quasi dei cigni in un laghetto colti in passi di una danza amorosa e baldanzosi nel dare sfoggio delle proprie qualità migliori ed al tempo stesso nel dimostrare ritrosia e quindi creare il desiderio. Il ciclamino ricorda i miti greci, il nome certo rinvia a questa suggestione, eppure non c’è per questo fiore un mito specifico… verrebbe da inventarlo solo per vedere altre colte illustrazioni di questo tipo.



Valeria Iseppi, Cappuccetto rosso, libro d’artista, 2024,
Ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte complessa, con un formato a fisarmonica o concertina chiamato Leporello (dal personaggio dell’opera di Mozart che snocciola tutte le conquiste di Don Giovanni: “Madamina, l’elenco è questo”) che permette ampio spazio di espressione con una maggior agevolezza rispetto al formato classico delle pagine di un libro. Questa soluzione, aperta del tutto, assume la forma di una stella e racconta in versione double-face la favola di Cappuccetto rosso: sul retro scorre ad incisione la storia originale della bambina, mentre nel fronte è presente una versione pop-up alternativa… non ci sono parole, si tratta di una lettura per immagini pensata per la nipotina, un’apperente semplicità fanciullesca che racconta con profondità la vita ed i suoi dolori pur in una sospensione della realtà. Il foglio bianco è sagomato, lavorato come un pizzo mentre sfondo e cappuccetto sono dipinti a mano in tinta unita con pastelli, colori a cera ed acquerello. Il realizzato finale è luminoso e spigliato, una stella azzurrina da magia buona che colpisce per semplicita e maestria ideativa.

Valeria Iseppi, Agapanto, incisione alla maniera nera, 2017,
La Maniera nera o Mezzatinta è una tecnica calcografica raffinata che prevede una lavorazione della lastra di rame, che viene graffiata con un berceau in tutte le direzioni e quindi inchiostrata per una superficie uniforme e vellutata. Così trattata, la superficie viene lavorata con brunitoi e raschietti per il disegno vero e proprio che parrà nella stampa emergere dal buio con effetto fumo e, come in questo caso, una tridimensionalità illusiva. L’agapanto (o“fiore” dell’”amore”) è una specie floreale dal lungo stelo sulla cui sommità le corolle sono contenute in un involucro che una volta caduto vede i fiori disporsi circolarmente a formare una sfera ideale. In questo caso la maniera nera ha enfatizzato la drammatizzazione della scena e pare quasi che le giovani corolle, per lo più ancora da schiudersi, veleggino su di un’arca troppo piccola per tutte e che le più grandi (già aperte) abbiano per questo deciso di sacrificarsi per il bene dei virgulti. Quest’involucro di fibra vegetale seccandosi ingiallisce e può davvero ricordare visivamente il legno, una navicella antica (?) che solca mari ignoti alla ricerca di un rifugio, una nuova patria in cui ricominciare per lasciarsi alle spalle chissà quali mali. La luce che giunge dall’alto ha il carattere dell’illuminazione, un rivelare una pianta singolare che eccelle forse proprio per questo antropomorfo carico significante e che invita a riflettere sempre su temi ogniqualvolta attuali.

Valeria Iseppi, Passiflora, acquerello, 2024,
La Passiflora, o Fiore della passione, è così chiamata dai missionari gesuiti del seicento per la somiglianza simbolica tra alcune parti del fiore e gli oggetti della Passione di Cristo come ad esempio gli stili simili ai chiodi, gli stami al martello, la raggera alla corona di spine ed infine i viticci alla frusta. Questa pianta perenne e rampicante è prevalentemente ornamentale, con i suoi frutti della passione utilizzati in diverse preparazioni. Come si può vedere si tratta di un arbusto elegante e sinuoso che si dispone con grazia senza invadere troppo lo spazio. La composizione artistica si staglia ovviamente su un foglio bianco, con steli simili a liane che appaiono a sorpresa, in una leggerezza simmetrica amena e docile. Il fiore ed il frutto si offrono spontaneamente tra foglie lanceolate a gruppi di cinque e viticci simili a riccioli d’angelo… A ben vedere, a percorrere i suoi steli, sono presenti tutti gli stadi di crescita della pianta, dalle foglie ai virgulti, dal fiore in boccio al frutto maturo. Quest’ultimo ha i colori del sole con una resa certosina ed impeccabile della volumetria realizzata attraverso la lente e pennelli dalla punta finissima. Si tratta di un’illustrazione botanica reale resa con una perizia magnifica e sfacettata dopo lunghe ore di osservazione e di studio quasi contemplativo.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Primi del ‘700, Chiesa Vecchia
I lavori di restauro della chiesa procedono spediti, i muratori si sono arrampicati sulle impalcature di legno e corda simili a stambecchi amanti delle altezze. Una bella e lunga lapide, posta sulla facciata fin dal 1661, faceva memoria del munifico intervento del primicerio della basilica di San Marco, Giovanni Tiepolo, unito agli sforzi della comunità locale. Appunto faceva perché, staccata in questa circostanza, è smembrata in più parti e deposta alla base dell’edificio. Sarebbe stata distrutta? No, certamente reimpiegata… L’arciprete ha già un’idea.
“Scolteme, sta chi portala da mi in canonica, per chel progettin che ve go dito”.
“Qualo? -chiede il capomastro.- me ga da massa robe da far, bisogna usarlo par el camìn?”
“Te ghe indovinà. Pulita un pocheto la sarà nova fiammante.”
I muratori la prendono su e la portano in canonica, dentro la corte, dove è lasciata per qualche tempo.
Una mattina giunge lo scalpellino che la ricompone per studiarsela, non sa tradurre il latino, ma ne è affascinato. Crede che sia antichissima.
Arriva l’arciprete e studia a sua volta lo scalpellino che passa le dita sulle fenditure, completamente estraniato dal mondo.
“I me gaveva dito che te geri fissà, propio bravo, ma non credevo fin a sto punto.”
Lo scalpellino sobbalza e si gira inciampando, capitombola a terra.
“Cosa c’è scritto?” Chiede come giustificandosi.
“Uh Signor, che tusi curiosi che ghemo… la xè longa però, gonti davero da farlo?”
“Sì, le faccio un bello sconto se lo fa”.
“A te podevi dirlo subito! Allors:
de sta Ciesa el capitolo xera formà da
l’arxiprete e disdannove canonixi.
crue Guere el castelo, el tempio, i canonixi
col fogo, colle ruine, col terore
cruxiarono, opresero, fexero scapar.
Dito ciò
dele entrà dei canonicati (furono nominà) molti commendatari.
Ela dignità del capo del clero de San Marco
Coi fruti (dei numeri) X. XV. XVIII. (fu) acresciuda
in sta (dignità) eleto Xiani Tiepolo,
co pia e generosa elargiziòn
sta navada eresse
(essendo sta) pagà le spese sul groppòn dela comunità de Lonigo
ugualmente munifica per erigerne n’altra
se l’ingiuria de’ tempi e la materia preparà
non gavesse distruto.
Girolamo Miglioranza arxiprete
Parché la pia memoria del Tiepolo
e la pietà dela comunità
lo stesso tempo non gavesse da desmentegarse.
Sto ricordo el ga vudo cura de porre
L’ano dela salute milleseixentosexantuno…

Sito contento ‘desso? Fala a tochi per rivestire el camìn de sora. Prima te lo fè mejo xè così posso scaldarme senxa paura che ciapa fogo tuto”.
“Ma… poi come faranno a leggere l’iscrizione?”
“I la ga copià, ma par mì non la interexa a nessùn”.
Di nuovo le informazioni per comporre questa storia breve vengono dal ventennale lavoro del prof. Mazzadi, edito nel 1989, complesso sì, ma ricchissimo di studio erudito e valente. A questo non ho fatto altro che aggiungere un divertisement dialettale. Oggi della lapide non resta nulla, se non una trascrizione fortuitamente rimasta a documentarne l’esistenza.
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.