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Inizio X secolo

Estraggo la lancia dal corpo dell’ultimo Ungaro che ho ucciso e mi guardo attorno. Uno sparuto gruppo di sopravvissuti si è riunito nei pressi dei ruderi fumanti della chiesetta di Santa Marina: un paio di vecchi, mia moglie e tre bambini figli di mia sorella. Mi rivolgono occhiate guardinghe mentre qua e là si levano i lamenti di coloro che agonizzanti sono ad un passo dalla morte. Prendo la spada del mio sfortunato assalitore e me la metto alla cintura, la mia si è spezzata. Accanto ai resti carbonizzati di un’abitazione si fa strada il fabbro, mezzo zoppo, e mi rivolge un cenno del capo. Uno dei vecchi sospira, è suo padre.
«Chierico, che Dio ti salvi! Con una lancia… quanti ne hai uccisi?»
«Cinque.»
Il fabbro ride scuotendo il capo e si mette a frugare tra gli averi di un altro Ungaro, morto nel momento in cui a sua volta uccideva una donna armata.
Che peccato che una donna così valente sia morta… era una dolce compagna.
Dalla parte opposta spuntano due ragazzini con un carretto, sono i giovani a cui poco prima ho dato l’incarico di trovare un carro ancora utilizzabile. Nell’avvicinarmi ai massi della piccola chiesa raccolgo tutte le armi ancora buone e le spartisco con questi miseri che la morte non ha voluto portare con sè. Do i pugnali ai bambini e la lancia a mia moglie. Un vecchio ha il martello della fucina e l’altro il suo bastone.
I bambini hanno freddo, ma non dicono nulla. Sono davvero resistenti.
Non posso fare altro che dare loro i mantelli degli Ungari che non sono intrisi di sangue. Ne scelgo uno e lo faccio a pezzi, troppo piccoli per un uomo, ma più che sufficienti per loro.
Dalle macerie della chiesa estraggo invece l’unico evangelario, un calice ed un paio di croci, tutto il resto è inservibile. I santi dipinti mi osservano anneriti dai pezzi di muro sparsi qua e là.
Da Sud-Ovest giunge un gruppetto di sopravvissuti proveniente dalla vicina San Tomà. Puntiamo le armi contro di loro, ma non ci sono ostili e così lasciamo che si uniscano a noi. Saranno circa una dozzina.
«Chierico, conosci le preghiere per le esequie?»
«Sì, ma non sono il parroco».
«Abbiamo dovuto sepellire le salme di alcuni nostri parenti, dobbiamo…»
«Mi spiace, non mi farei remore ad agire in altri momenti, ma ora non ci è data nemmeno la pietà per i morti. Temo che gli Ungari facciano ritorno, come in passato».
«Venite con noi, andiamo tutti a Bagnolo, la chiesa è ancora in piedi».
Scuoto il capo, sto per rispondere, ma il fabbro mi precede.
«Non è il caso. Sarà presto sera ed occorre un posto più sicuro dove potersi difendere».
«Meglio seguire il corso del Fiumenovo, a Nord-Ovest – aggiungo – noi conosciamo meglio quei luoghi».
«Non c’è nulla di là, solo paludi, zanzare e desolazione». Ribatte uno di quelli di Bagnolo.
«Quale miglior luogo dove nascondersi? C’è una collinetta abbastanza ampia, tra le due anse del fiume, potremmo ricominciare da là». Non sono mai stato più sicuro di così. Potrei dire che me l’ha mostrato Gesù Cristo…
«State scherzando spero. Non c’è proprio niente di là, solo fango e malattie, morte certa. A Bagnolo ci sono degli edifici integri».
«Ancora per poco. Voi non li avete visti bene, questi. – Il vecchio col martello ne indica uno, cadavere. – Uccidono per razziare e tornarsene al loro tugurio, gli edifici ancora in piedi e non fatiscenti sono il loro obiettivo primario. Mettiamolo alle urne piuttosto.»
Che sia la sua eredità di antico romano? Il mio essere longobardo sarebbe più diretto.
«Bah, non serve. Chi vuole mi venga dietro, quanto agli altri… addio». Partono in sette, a tornare da dove se ne sono venuti.
Non perdiamo altro tempo neanche noi: carichiamo il poco rimasto, qualche gallina, due capre, un’asina, gli attrezzi agricoli e per cucinare. Anche i bambini e gli anziani sono sul carro. Alcuni cadaveri li sepelliamo su tombe vuote, altri su quelle vecchie, mentre gli Ungari in una pira che accendiamo.
Partiamo senza rimpianti, magari in giorni di pace si potrà ancora vivere in questi luoghi, forse un giorno si lotterà di nuovo qui e nuovo sangue si offrirà in sacrificio a lavare quello antico, il nostro.
Rido.

Ecco, siamo tutti sul colle sopraelevato ed il Fiumenovo ci protegge sui lati Nord ed Ovest, mentre sui lati Sud ed Est il terreno o è molle ed insidioso o, il più praticabile, ha bisogno di tempo per essere percorso tra rocce e piante. Sulla cima c’è un’ampia pianeggiata con qualche rudere che pare un rifugio di fortuna di un disperato che deve essersene andato. Non c’è nient’altro, tranne i segni di centuriazione romana appena visibili sotto di noi. Abbiamo allestito un campo ed un piccolo steccato per gli animali. Sono tutti attorno al fuoco per scaldarsi, mentre noi facciamo la guardia.
Anche il cielo di questo tramonto pare tingersi di rosso, spero non piova. Recito tra me e me qualche preghiera ed alcuni ringraziamenti per poi mettermi a sedere sul prato ad osservare oltre il fiume. Si potrebbe davvero costruire un nuovo abitato qui, cinto da mura.
Mi passa di nuovo accanto il fabbro nel suo giro di ronda, lo osservo accucciarsi e quasi non mi accorgo che c’è del movimento al di là del fiume, ad una certa distanza.
«Che San Cristoforo ci salvi».
Con un gesto zittisco il brusio e tutti si appiattiscono a terra, i vecchi e mia moglie restano semplicemente seduti. Un esiguo gruppo di Ungari a cavallo passa e ci fissa sostando. Il loro capo sorride, ma poi ci valuta meglio e voltandosi se ne va con espressione contrariata: siamo solo dei poveri disgraziati, non ne vale la pena.
Sospiro, avevamo davvero ragione noi.
Anche in questo caso le informazioni sono tratte dal testo Lonigo nella Storia (Voll. I) del professor Mazzadi. I personaggi sono di invenzione (per quello non hanno un nome proprio), ma i fatti e le decisioni sono reali a partire dalla distruzione del primo nucleo di Santa Marina nel X secolo. Anche l’idea del religioso armato e non ligio agli obblighi di castità, o che celebra armato, sono davvero accaduti secoli orsono nelle nostre zone.
Estate 1940, contessa Rosetta Nani Mocenigo in Pisani De Lazara Zusto
La calura della Laguna è ormai insopportabile e così Leonardo ed io abbiamo deciso di raggiungere il nostro luogo di villeggiatura a Lonigo, la cosiddetta “Rocca Pisana” di Vincenzo Scamozzi, del 1576. L’auto nera romba simile ad un bombo corazzato che sorvola scorbutico amenissimi prati. Fa piuttosto caldo e nemmeno i finestrini, aperti con la manovella, ci sono d’aiuto mentre saliamo per i colli leoniceni. Per ovviare a ciò avremmo potuto proseguire il viaggio sul far del mattino, ma questo avrebbe comportato un giorno in più di viaggio e così... eccoci qui. Ad un certo punto facciamo fermare l’auto per ammirare il bel panorama della valle sottostante e decidiamo di proseguire a piedi per l’ultimo tratto, anche a motivo dei troppi scossoni. L’occasione è propizia e do sfoggio del mio nuovo ombrellino, in pendant con l’abito di mussola. Leonardo si toglie la giacca e si fa aria col cappello, gli offro allora il mio ventaglio, ma non lo vuole.
Vedo l’entrata della nostra proprietà e mi avvicino sollevata, il nostro seguito ha già parcheggiato all’ombra ed è intento a scaricare i bagagli. Dalla Gastaldia ci vengono incontro i mezzadri, per un cortese saluto, e do un paio di caramelle ai bambini. Non ne avrò mai di miei e così me li coccolo. Oltretutto i loro genitori ci sono preziosissimi tra morari, cavalieri (i bachi), giardino e manutenzioni varie. Li ho fatti trasferire qui da circa un anno perché la villa, dove prima abitavano, è ancora in fase di ristrutturazione, ammesso che i tempi sempre più cupi ci permettano di completarla.
Mi guardo attorno, questo luogo è un vero paradiso. I mezzadri vogliono farci vedere come hanno sistemato la gastaldia e noi li seguiamo di buon grado, così nel frattempo i domestici hanno modo di predisporre la villa. Ci sono mezzi agricoli tra i più vari tenuti con gran cura, gli animali sono nell’aia e le vigne lussureggianti.
Fatti i giusti convenevoli mi faccio accompagnare dai bambini a visitare i “gironi” che ho fatto predisporre perché si possa passeggiare attorno alla villa all’ombra delle alte piante, quasi una foresta, assaporando la dolcezza dei fiori, tra cui il mughetto che adoro!
Dopo tutta questa immobilità sgranchirsi le gambe è un toccasana eppure quando salgo i gradini della villa, attraverso il pronao e raggiungo il salotto, mi lascio andare volentieri in poltrona. Osservo i ritratti dei miei avi alle pareti, pare disapprovino l’averli disturbati piombando qui di sorpresa, senza alcun preavviso.
Nell’aria c’è un nonsochè di…
«Desidera qualcosa, signora?» Mi chiede Angelo, il nostro cameriere.
«Oh sì, sei una manna dal cielo! Vorrei qualcosa per ristorarmi, un… un…»
«Caffè?»
«Sai leggermi nel pensiero».
«È così».
Mi volto e trovo la tazzina già pronta sul vassoio. Allora era questo il profumo che sentivo!
«Come faremo senza di te».
«Ci sarebbe un’altra persona, che forse non saprebbe leggervi bene come me, ma non è mai detto».
Sorrido, non ci sono mezze misure qui.
«Vi siete sistemati per bene? È tutto a posto?» Chiedo assaporando la bevanda con qualche biscottino.
«Sì, ora c’è più spazio rispetto all’ultima volta».
Prima, nel piano terra, ci vivevano i mezzadri e così la Rocca era più viva e sorridente. Ma è meglio così, i bambini erano scalmanati e facevano di quelle arrampicate, lassù sulla cupola, da far tremare le vene ai polsi.
«In cucina non manca nulla, ad Ottorina?»
«No, no, siamo rifornitissimi».
Si unisce a noi anche Leonardo attirato dal profumo di caffè, il monocolo che brilla con eleganza.
La giornata trascorre serena e mi aggiro per gli ambienti della Rocca spiando i panorami dalle tre finestre a serliana (due aperture rettangolari, o luci, con al centro una ad arco) oppure dal colonnato ionico dell’ingresso. Mi pare di essere una dea dell’Olimpo che osserva la vita degli uomini dall’alto, al di là degli affanni mortali. Vorrei che fosse così, ma la situazione politica è terribile… di appena due anni sono le nefaste leggi razziali. Per non parlare dell’asse d’acciaio con quel demonio di Hitler. Mussolini è affascinato dal potere e lo brama con tutti i mezzi… prima o poi sarà la fine dell’Italia… Ahi serva Italia, di dolore ostello, […] non donna di provincie, ma bordello! (Dante, purgatorio VI vv. 76-78)

I grilli, ignari delle faccende senza senso degli uomini (ma non meno dolorose), inframezzano il loro canto a quello stridente delle cicale che si attardano ben oltre il tempo pattuito. La frescura della notte attraversa lieve le stanze del piano rialzato e sale dal marmo traforato del pavimento per la raccolta dell’acqua piovana. Un tempo la cupola non c’era e forse sarebbe il caso di toglierla nuovamente.
Ammirato il firmamento e sostato per un poco in cappella mi ritiro nella camera padronale, Leonardo già dorme e mi addormento quasi subito acccanto a lui.

Un gemito, qualcuno si lamenta di sotto, nel buio, e la sua voce riecheggia. Mi sveglio appena, il dormiveglia mi ghermisce nel suo torpore e non posso fare altro che assecondarlo. Me ne resto lì ad ascoltare questi lamenti per un poco ed è inevitabile che mi riprenda del tutto. C’è qualcosa che si muove là sotto e sospira. Pare un uomo.
Sveglio Leonardo, ma sbuffa e si gira dall’altra parte tornando a dormire. Dalla porta vetrata si accende un lumino e quando sento bussare ho un sussulto ed è soltanto la decenza a non farmi emettere un gridolino. È la mia cameriera.
«Santo cielo Caterina, che cosa succede?» Chiedo quando la raggiungo.
«A go sentìo lomentarse e Angelo l’è n’à a vedare xò. Invexe mi… a so vegnù a vedare se gavì bisogno de calcosa». Non vuole ammettere che ha paura ed un brivido mi corre lungo la schiena.
L’orologio da credenza fa la mezzanotte precisa e… dopo l’ennesimo lamento corriamo entrambe in cappella a trovare conforto ed a sbirciare di sotto dal finestrone ellittico. Guardacaso passa Angelo e così lascio Catterina a pregare e lo chiamo.
«Che succede? Si è intrufolato qualcuno per caso?»
Angelo sussulta.
«Nossignora. Lo sente anche lei? Ho paura che… che… si tratti di…»
«Non lo dire nemmeno!»
Non è credibile, no? Non è credibile no?

I lamenti continuano per qualche tempo, in cui anche Angelo ci raggiunge mentre mio marito russa, fino a che non si avverte come un risucchio d’aria. Delle porte si chiudono di colpo, in cantina, ed una grande imposta di una serliana si spalanca facendoci gridare. Poi appare Leonardo in camicia da notte e gridiamo ancora, Caterina per poco non lo assale. I lamenti sono svaniti…
«Che cosa state combinando? Va bene gli inservienti, ma anche tu Rosetta, non ci posso credere». Il sonno l’ha reso scorbutico e dopo avermi apostrofato così si ritira.
«Maria vergine! Sto chì l’era un vero bào moro… E ora chi xè che va in leto? Sto chì piuttosto, ch’el padreterno el ne daga ‘na man!»
Non so con che coraggio ce ne torniamo a letto, ma mi addormento subito ed al risveglio è già giorno.

Nessuno di noi ha il coraggio di parlare dell’accaduto, tranne Leonardo che ci punzecchia come un bimbo dispettoso. Non ci crede, o forse è meglio dire che non ha sentito nulla.
Angelo ci serve la colazione, mentre Leonardo ha appena aperto il giornale e legge con calma fumando.
Assieme al giornale alcune lettere di amici e poi un involto simile ad un piccolo libro. Lo prendo con curiosità e cerco il mittente… non c’è.
«Angelo, chi ci manda questo?»
«Non lo so, stranamente non c’è scritto».
Com’è curioso… Apro la busta ed in effetti si tratta di un libro: le «Poesie» di Iacopo Vittorelli, del 1911.
«Ti dice qualcosa, Leonardo?»
Abbassato il giornale solleva un sopracciglio, per poi scuotere il capo. Lo sfoglio ed inizio a leggere, dopo la prima poesia, un «invito all’usignolo», sono quasi tentata di chiudere il libro, ma volto pagina e… oh, cielo!

«Leonardo, Angelo! Santo cielo! I lamenti, l’ombra, la mezzanotte è lui… Ezzelino da Romano».
Leonardo chiude il giornale e sospira seccato. Poi legge il sonetto e s’illumina.
«Attendete qui un attimo». Se ne va in salotto come un fulmine.
«Cosa gavìo de prima matina? Xà stanotte xè sta un terore…»
«Siedi qui e ascolta».
«Ala vostra tola? Non posso mìa».
Non ho tempo ora per queste rimostranze. Glielo leggo ed al sentire la parola «lamento» ha un sussulto e si siede senza proferir parola. Alla fine sbianca, credo di averla traumatizzata.
Leonardo è di ritorno con un grosso volume sottobraccio.
«Devo dire di ricordarmelo diverso, ma lo Scamozzi ci dice qualcosa in merito ad “alcune vestiggi” precedenti a questa fabbrica. La voce su Ezzelino comunque non mi è nuova».
«Chi xelo sto Scamozi?»
«L’architetto della Rocca e questo è il terzo libro della sua opera “L’idea della architettura universale”, guarda, ecco la pianta».

«E ‘desso? Xa femo? A go massa paura… Xè vero? Davvero ghe xè uno spirito?»
Leonardo ride di gusto e torna al suo giornale
Ci mancava solo Ezzelino Da Romano…
«Beh, qui la poesia dice che il cielo ha cura della nostra salvezza. Dopo tutto questo tempo se qualche spettro avesse voluto farci del male l’avrebbe già fatto. Non temere». Almeno lo spero.
«Il problema però è doppio. Chi manderebbe un libro così proprio all’indomani dell’apparizione? Come ha fatto a…»
«’No scherzo? E de chi? Oh santa madre de Dio!»
«Non lo sapremo mai purtroppo».
Ho trovato la poesia del Vittorelli per caso, cercando su “google libri” dei volumi sulla storia leonicena. Sapevo di questa leggenda con fondamento storico (Mazzadi, Lonigo nella Storia), e cioè la presenza di alcuni ruderi dell’epoca di Ezzelino III Da Romano (XIII sec.), che non erano nient’altro che una rocca o postazione di vedetta su cui lo Scamozzi ha eretto il suo edificio. Mi sono quindi documentato sulla contessa, i Brait, la seconda guerra mondiale ed il gioco è fatto tra invenzione e realtà (solo il nome della cameriera Caterina è inventato). Molti dati sulla vita quotidiana della villa vengono infine dalla lettura di un vecchio articolo online del 2009 di Paolo Maria Coniglio, che ringrazio.
Il racconto romanzato e la spiegazione sono proprietà intellettuali di Pierluigi Rossi.
Luigi Pellanda è un artista bassanese che fa del realismo più curato e concreto uno dei suoi tratti maggiormente distintivi, con una chiara predilezione per stilemi di tipo caravaggesco. L’occhio pittorico studia gli oggetti a fondo, li scandaglia e con acume li dispone su un piano, giocando con elementi essenziali (stoffe, vasi, piante ed oggetti) per ricreare una realtà che parla da sé e stimola alla ricerca di un senso altro rispetto alla sola e semplice visione. Si tratta di opere frutto di lunghi mesi di lavoro che l’artista realizza grazie a decenni di esperienza che gli hanno consentito di sviluppare una sensibilità accorta unita ad uno sguardo profondo e vivace. La sua produzione è vastissima e si sviluppa a partire da un ragionamento posato e ritmato, proponendo accostamenti sempre inediti e singolari. Nella disposizione degli elementi vegetali si scoprono delle affinità con l’Ikebana giapponese (l’arte di disporre le piante), ogni oggetto è studiato per emergere con veemenza e quindi essere ammirato dall’osservatore. I rapporti spaziali, la volumetria della luce ed il colore hanno un’ampia valenza che permette un novero di combinazioni, quasi delle variazioni su tema, in cui la sua maestria ha modo di esprimersi.

Luigi Pellanda, Bricco e noci, olio su tela, 2007,
Un vascello azzurro naviga tra i flutti, in un mare di onde di stoffa, per raccogliere barili e casse così simili a frutta secca avvolta nel proprio guscio. Il vascello ricorda una ceramica con la sua lucida superficie che solca le acque e vi si specchia pacata. Che cosa è accaduto? Probabilmente un naufragio in cui una compagnia di navigazione cerca di recuperare almeno una parte del suo carico perduto… Si tratta ovviamente di un divertissement, un gioco erudito che ammira le atmosfere compositive che solo un pittore perito ed esperto è in grado d’inscenare. Tre quarti della composizione sono occupati dallo sfondo e ciò fa sì che stoffa ed oggetti, concentrati nell’ultimo quarto, si staglino nettamente e si esprimino con vigore quasi trasfigurandosi. Quest’opera è luminosissima ed ogni superficie è trattata con una lenticolare maniacalità in grado di rendere prodigiosi anche gli utensili più usuali. Il bricco del latte deve avere comunque un significato particolare per l’artista ed infatti “il vascello” ritorna più volte all’interno della sua produzione. La lucentezza specchiante, nonché la colorazione, giocano in suo favore per una vocazione marina innata.

Luigi Pellanda, Orchidee magenta, olio su tela, 2012,
C’è una grazia ferina in questi tre fiori d’orchidea, così simili alle teste di cerbero, cane degli inferi, dotate di una vitalità animosa e straripante che il vaso nero e pregiato fatica a contenere. Le radici aggrovigliate che escono dal sottosuolo si torcono come ghirigori e compongono forme significanti (come il simbolo dell’infinito, in basso a sinistra), affascinanti ed arcane. Lo sfondo (che occupa pressoché tutto lo spazio) è di un niveo latte con tocchi di giallo impercettibile, un caglio che si fa spiaggia nelle esili dune del tessuto dove la composizione si posa. Tutto questo candore, che ricorda certi luminismi del primo Caravaggio, è assorbito dalla materia del vaso che inghiotte la luce come un buco nero, un’oscurità da Averno, mortifera e sanguigna. Che si può dire se non che, nonostante tutto, la natura è in grado di emergere ovunque nelle forme più singolari ed amene incutendo timore commisto a reverenza?

Luigi Pellanda, Inclinazioni armoniche, olio su tela, 2004,
Il papavero è un fiore assai nobile e la sua evidente delicatezza si ammanta di rosso, ed in questo caso anche di giallo, per colpire la vista di chi lo osserva, specialmente delle api e degli insetti impollinatori. L’artista ha colto qui egregiamente le sue peculiarità, dal lungo stelo con tendenza rampicante alla leggerezza dei petali che cadono facilmente: un’innocenza che non è fragilità o debolezza, ma coraggio. Il papavero rosso è l’emblema del partigiano e del suo sangue versato per la libertà, un monito che rinasce ogni anno ad aprile e che, in questo caso, non appassirà mai. Nella tela il tessuto che ricopre il piano rievoca la sabbia del deserto, in una zona placida e serena modellata soltanto dalla brezza. La luce è presente in misura maggiore con ombre però più dolci e sfumate che conferiscono profondità alla scena, mentre i petali in piena esposizione filtrano la luce per restituirsi trasfigurati. Questi tre fiori si abbarbicano fra di loro per raggiungere nuove vette, già spargendo i petali al suolo, come sangue vitale che irrora la terra.

Luigi Pellanda, Profughi verso Lampedusa, olio su tela, 1997,
Quest’opera è la dimostrazione di come un titolo faccia la differenza nel veicolare messaggi altri di cui l’immagine si fa portavoce: un cesto di frasche intrecciate, delle pere e susine disposte in precario equilibrio in un “mare tessuto” sono prossime ad un precipizio da terrapiattista finis terrae. Le pere abate brillano alla luce, risplendendo d’oro e di bronzo, le susine come gioielli si stagliano da uno sfondo ocra monocromo che ricorda con evidenza il fondo oro medievale dell’arte sacra. Una natura morta, o meglio morente, si cala in un’atmosfera fuori tempo che la esalta per esiti profondi rispetto al puro visibile. Superba la scelta di porre delle esili e verdi frasche in una posizione ellittica che sale verso l’alto, quasi una preghiera desolata non meno colma di speranza che denuncia il dramma dei profughi. Enea, il profugo dei profughi, pius perché conscio della sofferenza umana, dovrebbe ricordarci che su ciò si fonda Roma, non su una presunta autoctonia… siamo tutti figli del mondo e delle migrazioni umane, dovremmo esserne felici.

Luigi Pellanda, La teiera rossa, olio su tela, 2007,
Gli elementi cardine, attorno ai quali il nostro artista dispone il proprio ragionamento compositivo/pittorico, sono a questo punto chiari e così esemplificabili: il piano (il taglio visivo e l’angolazione), il tessuto (le onde e le pieghe), i contenitori (vetro, legno e ceramica), la natura contenuta ed infine il colore. In questo caso il titolo fa intuire che è stato preparato del thè oppure, visto il colore, dell’infuso di ibisco, il carcadè. Di questa bevanda è nota la sua intensa colorazione rossa, colore che infatti qui ricopre tutto, quasi un novello Mar Rosso od il Nilo biblico. Il tessuto ricorda la sabbia e l’atmosfera arabeggiante è perfetta, l’intensità solare è al crepuscolo e già le ombre si allungano, presto giungerà il gelo della notte. Chi avrà abbandonato qui questa teiera? Sherazade de’ Le mille e una notte oppure è l’insolita dimora del genio della lampada? Il taglio scenico è un po’ rialzato, ma non così tanto da permettere d’intuire l’intorno e ciò stimola l’immaginazione…

Luigi Pellanda, La zattera, olio su tela, 1996,
Un tessuto colmo di pieghe, che la luce illumina dall’alto, è disposto sopra un piano rialzato che divide lo spazio a metà e rivela un precipizio scuro, un vertiginoso baratro oltre il quale non si vede la fine. Il fondale è di un colore terroso, una sabbia calda con toni di rosso che assorbe la luce e fa brillare (gli inglesi direbbero shimmering) gli oggetti protagonisti dell’opera. Sul limitare di questo dirupo è posto un vassoio circolare di legno e vimini su cui si dispongono due mele renette, quattro susine o prugne violacee ed un grosso grappolo di uva color dell’ambra e del miele. Fuoriescono due acini, di cui uno quasi sul punto di staccarsi: essi osservano con curioso interesse ciò che avviene al di sotto (di cui non ci è dato sapere). C’è un forte realismo (le ammaccature degli acini, i nodi del vassoio, ecc…) che pervade questa frutta, che giace sicura in una specie di torre d’avorio con balaustre, tale da renderla al pari di un diadema. Tutto ciò ricorda a chi fa quest’analisi un passo del terzo libro dell’Iliade (l’episodio della teikhoskopia, l’«osservazione dalle mura», vv.146-244) in cui Priamo, Elena e gli anziani della città di Troia osservano, dall’alto della torre, i greci che si dispongono al di sotto nei pressi delle porte Scee, in attesa di quello che dovrebbe essere il fatidico duello tra Paride e Menelao per stabilire chi dei due debba essere, davvero e definitivamente, il legittimo sposo della donna contesa. Dal testo si intuisce che l’osservazione degli eventi avviene da una posizione protetta e sicura. Si tratta di un incredibile momento di sospensione narrativa, ma anche effettiva per i personaggi in scena. Una tale suggestione pare aleggiare anche qui, in un’opera colta e sofisticata che si nasconde dietro un’apparente semplicità, un’innocenza esibita, per raggiungere vette inattese, dove la frutta rappresenta i protagonisti del poema ed il vassoio la torre che si staglia sopra le mura.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
In occasione di questo 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, ho pensato di pubblicare qui alcune scene romanzate di vicende realmente accadute a Lonigo tra il 26-27 aprile 1945 prima dell'arrivo degli alleati. Fatti, persone ed eventi sono frutto di studio e di ricerca. Vorrei che fosse chiara l'idea di dar voce a figure senza le quali il mondo sarebbe un posto ancora peggiore. Questi giovani per sempre ci guardano, valutano il nostro operato e rinascono papaveri per sentire di nuovo la vita scorrere in loro e per comunicare con noi...
26 aprile 1945
Il pomeriggio è caldo ed assolato in Via Trieste e nulla può sciogliere la lama di ghiaccio che mi si è confitta nel cuore. Un silenzio irreale assorda i presenti, a tal punto che neanche gli uccellini si arrischiano di cantare. Assisto nuovamente ad una lenta via crucis, un ulteriore venerdì santo che porta l’agnello innocente ad immolarsi senza reagire. È uno strazio infinito e non vorrei altro che fermare tutto, io Egidio Mazzadi, scacciare i nazisti e liberare questi poveri nostri giovani dalla guerra e dal fascismo. Non mi è però possibile fare niente, devo garantire loro una possibilità seppur flebile di salvezza e soprattutto non devo peggiorare le cose. Forse, forse se riuscissimo a temporeggiare…
La camionetta tedesca procede con esasperata lentezza, priva della sua copertura superiore, per mostrare cinque giovani compagni malmenati, costretti in ginocchio e con i polsi sanguinanti legati dietro alla schiena dal fil di ferro. Si tratta del gruppo mandato in aiuto di quei compagni che sono stati ahimè fucilati alla chiesa di Santa Marina. E pensare che in un primo momento erano anche riusciti a disarmare le SS, ma hanno cantato vittoria troppo presto! I tedeschi sono del tutto in forze e ben equipaggiati, non sono così arrendevoli. Le tattiche di guerra le conoscono bene, accidenti! Ma cos’altro avremmo potuto fare per ostacolarli? Questo è l’ardimento di Lonigo, questi i suoi giovani che vanno ingiustamente al patibolo come Gesù Cristo. Ho sentito già alcuni iniziare a screditarli, davvero pensano che i tedeschi, se lasciati liberi di andare, non ci avrebbero fatto alcun male? Illusi, nostalgici ed ignavi! Noi partigiani ci sacrifichiamo anche per voi, per il vostro libero futuro… perfino se un giorno vi permetterete di dire che la colpa è nostra; lo direte con il coraggio certo dell’ignorante che si atteggia a censore della verità… Oh, se solo il nostro comandante Ettore Gallo fosse qui! Invece ti hanno incarcerato come un criminale.
La camionetta mi passa davanti. Un giovinetto mi osserva ed io lo guardo. Alberto Ziggiotto, sedici anni, il suo viso delicato è ora tumefatto, i capelli neri scompigliati dalla lotta, gli abiti sporchi e stracciati. È stato un mio allievo. Ci riconosciamo entrambi e lui ha ancora il candore dell’innocenza: mi sorride con un estremo attaccamento alla vita, una fiducia incrollabile nell’umanità, una speranza di pace ed amore, di libertà… Questo muto scambio di sguardi parla con un’enfasi dirompente ed è sublime, luminosissimo.
...
26 aprile 1945
L’Italia liberata… non lo è ancora per tutti e la bandiera con la svastica garrisce purtroppo al suo posto sopra Palazzo Pisani dove dovrebbe sventolare la vivace bandiera del leone in campo azzurro, reggitor della luna. Devo tentare di salvare i miei compagni dai boia tedeschi, ci si deve provare a costo di finire uccisi con loro. Continuo a ripetermi che posso sperare di salvarli soltanto se affronto tutto questo senza colpi di testa (come direbbe il nostro comandante Ettore Gallo). Prima di uscire dalla canonica Monsignor Caldana mi osserva per un attimo.
-È pronto, Signor Bettini?-
-Sì. E lei?-
Annuisce.
Non serve dire altro che usciamo, la tonaca nera che ondeggia leggera accanto a me. Scendiamo verso la piazza, subito il monumento ai caduti della Grande Guerra ci sovrasta e quell’«HEROUM NOMINA SERVO» («Conservo i nomi degli eroi») che vi è inciso mi è sia di buon auspicio che d’infausto presagio.
Perché ancora non se ne vanno questi maledetti nazisti, loro e quei maledetti di fascisti? Che ci lascino stare! Da sconfitti pretendono il sangue dei vessati ed io sono responsabile di questi giovani impazienti che non hanno saputo attendere ancora. No, ma che dico! Dimentico forse i soprusi e le violenze di tutti questi vent’anni? Me lo sento, alcuni posteri diranno che se la sono cercata, per inesperienza e spacconeria. Provassero loro la fame, la paura continue e l’impotenza. Ogni giorno a vederli fare del male apertamente e tu, da buon cristiano, ad agire di nascosto per il bene di tutti. Lo so che diranno “avevano fucili scadenti”, ma solo quelli ci hanno lasciato, accidenti! E che non si dica che siamo in pochi a resistere: della brigata dei martiri di Grancona siamo più di duecento.
Superato il monumento siamo in vista dell’albergo «Croce Verde», dove i tedeschi si sono insediati, a capo il maggiore Alfred Grundman. Due soldati armati sono stati posti a presidiare la porta, in giro nessuno.
-Lascia parlare me.- Mi dice l’arciprete con mezzo sorriso e fare elegante.
Si avvicina e scambia con loro qualche parola stentata in tedesco. I due acconsentono a farci passare, ma è evidente che c’è molta tensione nei loro gesti. Al parroco concedo il merito di essere riuscito ad intrattenere buoni rapporti, perlomeno civili, con questi bruti occupanti. Chissà che ora non riescano a valere qualcosa…
All’ingresso veniamo subito identificati ed una volta comprese le nostre intenzioni fatti salire al piano superiore. Ci fanno entrare in una saletta e lì attendiamo. Dopo un po’ giunge l’interprete austriaca, Ildegarte Polster, che ci è già nota ed accenna un breve saluto al Caldana.
Non riusciamo a dire altro, ecco che arriva il maggiore assieme ad altri suoi uomini. Circa sui quarant’anni, è alto, robusto e molto pallido, con i capelli biondi un po’ mossi. Il suo sguardo ci sonda mentre si accomoda sull’unica sedia presente, dietro alla scrivania.
-Che cosa posso fare per voi?- Chiede l’interprete traducendo la domanda posta in tedesco.
-Siamo qui per pregarla di risparmiare i giovani che avete catturato oggi in Via Cimitero.- Fa il Caldana.
-Ah. I cinque particiani.-
-La prego, sono giovani. Non può ritenerli una minaccia.-
Il maggiore mi scruta come a dire «davvero?» per poi ignorarmi sprezzante.
-Lo chiediamo a nome delle loro famiglie, io in qualità di curato ed il qui presente Bettini a nome della comunità.-
-Sebbene non possa liberarli, vi posso assicurare che non li fucilerò. Sono trattenuti come ostaggi. Fate sapere alla cittadinanza di non attuare altre azioni che possano danneggiare i miei soldati, altrimenti hanno ordine di predisporre una rappresaglia.-
-Dove li porterete?-
-Al comando di Montebello.-
-Davvero non farete loro alcun male?- Chiedo di nuovo.
-Non mi sono spiegato bene. Le do la mia parola di ufficiale.-
-Li conosciamo, non sarebbero capaci di nuocervi.-
Lo sarebbero eccome.
-Non ne dubito… Ora vi ordino di andarvene, abbiamo affari molto più urgenti da sbrigare.-
...
…Sono quasi le otto di sera ed ho appena fatto in modo di comunicare al comando della divisione partigiana che i cinque prigionieri si sono appena messi in cammino alla volta di Montebello assieme a due soldati tedeschi. Prego con tutto me stesso che arrivino…
27 aprile 1945
Non giunge nulla. Perché non giunge nulla? È mattino e da Montebello ancora nulla. Calcolo i tempi, confronto gli orari e penso agli imprevisti. Non sono tranquillo, è successo il peggio, lo so! Poi Caldana mi fa chiamare e perdo quasi ogni speranza. Mi precipito da lui, è ancora in canonica. C’è anche Egidio Mazzadi.
-Notizie?- domanda.
-Non io. Speravo le avesse lei.- (rivolto al Caldana)
Sospira, il viso funereo.
-Sì… In Via Marona. Hanno appena trovato dei corpi.-
-No! No!- Batto i pugni sul tavolo.
Non attendo oltre, me ne torno a casa a prendere la bicicletta e poi subito in via Marona.
Al mio arrivo c’è un gruppo di persone afflitte, sul ciglio della strada, sul fossato lì accanto sulla sinistra. Sono i parenti dei cinque giovani, sono loro. Mi vien da mangiarmi i pugni.
Non mi dicono nulla, ma i loro pensieri mi trafiggono. Guardo verso il basso. Cinque cadaveri mitragliati, alla testa ed al petto. Poveri cristi! Quel Grundman lo ammazzo con le mie stesse mani… E così diventare come loro? No, no! Siete morti per noi e per tutti, avete pagato in remissione dei nostri peccati con il prezzo più alto. Mi inginocchio a terra e prego.
L'articolo e le qui presenti scene romanzate sono proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Laura Marchetto (alias Laura Pervinca) è un’artista ed acquerellista di Grancona dal tratto studiatissimo e di lunga pratica. Ha una grande passione per il mondo floreale, grazie anche al giardino curato dal marito, che frequenta con abilità artistica abbozzando i fiori, componendoli e ri-componendoli fino a che non è raggiunto un risultato ottimale che la soddisfi. L’acquerello segue in prevalenza la tecnica loose, non è quindi botanico (se si vuole essere tecnici) e sfrutta le proprietà peculiari di pigmenti e carta. Sua caratteristica propria è il buon tratto a matita, lieve e lineare, che scandisce le singole parti con proporzione. Anche i tagli registici sono da esserle riferiti, quasi fotografici, dei close-up (primi piani) spigliati ed accorti che enfatizzano i soggetti e guidano l’esperienza visiva.

Laura Marchetto, Iris rosa, acquerello, 2020,
Un Iris risplende dei colori dell’alba nel pieno della sua fioritura. La sua bellezza floreale si offre elegante, quasi una dama dell’Ottocento in abiti da sera, con petali di velluto e barbigli d’oro come merletti. Sostando all’interno di questa similitudine, steli e foglie sono i listelli di un ventaglio le cui movenze rivelano messaggi d’amore che s’intendono solo tra amanti. Lo sfondo bianco esalta la composizione floreale ed i suoi colori, specialmente i più intensi, su cui l’occhio si posa per ritornarvi di continuo. Si tratta di un calibrato attimo sospeso, di un’attesa senza fine che preserva la vita (uno still life) e la tramanda con animo e brio. In secondo piano c’è inoltre un bocciolo che pare invece di seta e brilla un po’ traslucido alla tenue luce solare di un’alba fragrante. Leggerezza e profondità si compensano in un equilibrio galante che sa di danze lente ed appassionate. Si deve riferire infine di un gusto disegnativo morbido e fine che crea apparenze di realtà che concorrono con il colore alla creazione di senso.

Laura Marchetto, Elleboro, acquerello, 2022,
La notte è ormai prossima, ma questi bianchi esemplari di elleboro raccolgono gli ultimi raggi di sole e li restituiscono con tutto il loro candore. I petali di questa specie si aprono con sicurezza, si offrono sinceri allo sguardo rivelando interni d’oro ed un dolce nettare che verrà raccolto dalle api laboriose. Il colore intenso del cielo, con gli ultimi sprazzi luminosi, è corrisposto da un prato altrettanto profondo in cui fluttuano foglie lucide e vibranti alla brezza serale di primavera. Gli esili steli ondeggiano con leggerezza e danzano attorti tra loro scambiandosi carezze ed affetti con petali gentili e sensibili. Si tratta di un lavoro compositivo di bravura, un osservare la natura e le sue consuetudini per provare a replicarle con brio. È certamente un acquerello scorrevole dai toni intensi, scuri, che esaltano le limpide fibre vegetali per restituirle trasfigurate.

Laura Marchetto, Omaggio a Canova, pastello, 2023,
In quest’opera possiamo osservare un dettaglio tratto da una scultura realizzata da Antonio Canova intorno alla fine del Settecento, l’Amore e Psiche stanti. La composizione si svolge attorno ad una farfalla, effimero e misterioso simbolo dell’anima, emblema di Psiche. La giovane amata da Eros, che ha in Aphrodite la terribile suocera, sfiora con delicatezza le ali di una grossa farfalla mentre aiuta l’amato a sostenere la creatura sul suo palmo. Si tratta di gesti di estrema delicatezza ed affetto, di un amore per certi versi platonico, che si compiace della vicinanza in una comunione d’intenti. In questa ripresa artistica le ombre non sono profonde e si predilige una chiarezza morbida, un po’ sfumata, un volume dolce e delicato che solo il pastello è in grado di restituire con questa precisione. Di nuovo il disegno ha studiato gli spazi, ha composto prima per guidare la vista, per far vivere un’esperienza ravvicinata che induce alla contemplazione.

Laura Marchetto, Giglio di fuoco (Gloriosa superba), acquerello, 2020,
Siamo di fronte ad un’infiorescenza che vale davvero il suo nome, una superba meraviglia floreale che sale al cielo e si prende tutto lo spazio di cui abbisogna. L’acquerello guizza nella tecnica loose ed il color del rubino e del topazio ondeggiano come i raggi di un sole attorno a cui si muovono i pistilli come pianeti. Le foglie esili e scure s’inarcano, le estremità sono arricciate in racemi (quasi da scarpette di folletto). Si nota un talento compositivo che studia i singoli fiori e li compone simulando la natura, giocando con essa fino al raggiungimento di una piacevolezza ottimale. Tra la terna, il trio delle corolle, un bocciolo a forma di cuore è custodito con cura ed apprende l’arte di esibirsi dai suoi fratelli (e/o sorelle) maggiori, senza fretta.

Laura Marchetto, Iris azzurro, acquerello, 2022,
Due iris azzurri e blu si schiudono rigogliosi dopo un pomeriggio, od un’alba, di pioggia e già le nubi si tingono del rosso rosato che preannuncia bel tempo. I petali superiori acquistano in questa circostanza una speciale fosforescenza in grado di esaltare i toni gialli che conferiscono alle corolle luce propria, di un tipo che capta tutti i riflessi circostanti. Le lunghe foglie del cespuglio sottostante riequilibrano una composizione angelica ed ovattata. La capacità disegnativa e la tecnica loose creano atmosfere sognanti che si accostano al reale e permettono al sentimento di fare breccia con vaporosità e dolcezza. C’è in questo caso una forza attrattiva che dall’alto spinge giù con una leggera vertigine verde che converge in basso al centro e l’occhio la segue. Si tratta di una discesa che guida la riflessione dalle cose più aeree e fumose alla concretezza della natura, con i fiori, effimere creature di mezzo, stupendi splendori.

Laura Marchetto, Omaggio a Raffaello, acquerello, 2021,
Confrontarsi con le opere realizzate dai grandi pittori della storia dell’arte non è mai semplice, inevitabilmente si tende a non brillare e queste prove a nasconderle. Non è questo il caso, anzi il confronto regge bene con l’originale. La mano è diversa, Raffaello è più dolce, qui invece c’è un po’ più di spigolosità. Gli sguardi sono piuttosto prossimi, il bambino è appena più naturale, la madre pare più adulta. La resa degli abiti, sia nelle trame decorative sia nelle stoffe, è ugualmente felice e vivace. Unica nota la resa dei raggi delle aureole, di cui però si deve tener conto della resa tecnica dell’acquerello. La nostra artista ha utilizzato nuovamente il candore della carta, studiato bene il disegno e scelto il taglio della sua composizione. L’esito è felice, espressivo, e superato questo scoglio non c’è più nulla che debba temere, non se adotta lo stesso rigore qui presente. Anche lo sfondo in Raffaello è lo stesso, c’è in lui però un maggior calore, più diffuso, ed una morbidezza cinquecentesca lumeggiata. Per la nostra acquerellista questa è una prova egregia.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.