• info@lacittàdelleartiste.it

Blog Single

Featured

Valeria Iseppi, minuzia botanica ed estro narrativo

Valeria Iseppi è un’artista vicentina che, prolifica e dotta, coniuga il suo fare artistico in tre ambiti principali eguali tra loro: l’acquerello botanico, l’incisione ed il libro d’artista. V’è una predilezione per il mondo naturale tramite uno studio lenticolare di ogni sezione floreale o piumaggio che apprezza il dettaglio minuto, la piccolezza dedicando pazienza ed ore infinite ad un lavorio più che certosino. Quest’artista ha in sé il gusto per la narrazione e lo dimostra con il suo studio del libro d’artista e la realizzazione di svariati esemplari tutti unici e singolari, frutto di lunga preparazione. Anche l’incisione con le sue molteplici tecniche, da quando l’ha scoperta, le ha dato un valido aiuto e stimolo, ampliando il suo orizzonte per uno sperimentare colto e riflessivo che guarda dentro e fuori collegandoli, restituendo qualcosa di nuovo, vibrazioni che si rifraggono come onde agli occhi dell’osservatore. Utile riportare un gusto catalogativo, che insegue esemplari botanici rari per concorsi prestigiosi, con una grazia al di là del tempo che si ammanta di semplicità agraria da mitica età dell’oro.

Valeria Iseppi, Cinciarella, acquerello, 2020,

Una giocosa cinciarella osserva il mondo dal ramo di un nocciolo e volge la testa qua e là, con le piume arruffate dai colori sgargianti. Il blu cobalto per il capo, le ali e la coda, il bianco per il volto e la striscia nera all’altezza degli occhi, il verde per il dorso ed infine il giallo per il ventre. È impossibile non accorgersi di lei e la sua colorazione induce alla meraviglia chiunque non sia un esperto di ornitologia. L’artista ha saputo esaltare il suo soggetto con degli utili accorgimenti prendendo animale (e ramo) direttamente dalla realtà, come se avessero deciso di posare per lei. Il ramo mostra le gemme ed un cosiddetto amento pendulo (il suo fiore), nonché la copertura di licheni lungo tutta la corteccia bruna. Questo ramo è così ornato di trine e pizzo, color verde giallo ed azzurro, che può certo rivaleggiare colla livrea del piccolo passeriforme. L’inizio del ramo appare in dissolvenza ad indicarci che non si tratta di una figura senza contesto e quindi artificiosa, viziata se si vuole. L’agile ed irrequieta cinciarella non sa stare ferma, le piumette son tutte in disordine e la sua figura si confonde con il bianco della carta. Ciò è un effetto voluto, un indizio di maestria che non solo dà l’impressione di tridimensionalità, ma anche di realtà concreta e non piatto e piano disegno.

Valeria Iseppi, Minuzie naturali, acquerello, 2023,

In quest’opera ci si può immergere in una peculiare passione dell’artista che ama soffermarsi sui più piccoli dettagli della natura per delle composizioni raffinate e colte, una sorta di collezione all’acquerello che dimostra tutta la conoscenza botanica acquisita. Proviamo ad indagare un po’… C’è una ghianda di quercia ben visibile, come anche i cosiddetti “elicotteri” con i semi dell’acero, più in là anche i semi del tiglio. Sotto la ghianda c’è la rosa canina con le bacche ovali, accanto il luppolo verde chiaro. Il rametto con le foglie fucsia è l’Evonimo o Berretta del prete, poco sopra la vite americana con le bacche scure, al centro del tutto quelle del biancospino. Sopra un grappolo di bacche di sorbo, in alto a sinistra dei semi ed un fiore di ortensia, le piccole pigne invece sono dell’ontano nero… il ramoscello con foglie zigrinate è il carpino. Sicuramente ci sarà dell’altro, portate pazienza sono solo uno storico dell’arte. Si tratta di una composizione ben calcolata in cui si è scelta con cura la disposizione degli elementi per non risultare pesante, ma ariosa, piacevole e quasi amorosa in cui vige la regola della delicatezza gentile e lieve. La quercia è Zeus, la forza, che la ghiandaia pianta sottoterra. La rosa canina è dolce, ma spinosa, rimanda ad Aphrodite, il tiglio ad Ermes, il sorbo ad Artemide… tutta una genealogia divina che rende quest’opera quasi un’oracolo, una profezia enigmatica che nemmeno i più saggi sanno interpretare con certezza.

Valeria Iseppi, Ciclamini, grafite, 2021,

Il ciclamino è un fiore molto noto il cui nome greco (letteralmente “cerchio”) indica la torsione a spirale dei suoi frutti e prima ancora dei petali della corolla. La foglia è invece di aspetto cordiforme, a cuore, iconico tanto quanto il suo colore tra il rosa ed il lilla. L’artista in questo caso predilige le forme che si esaltano privando il fiore dei suoi colori. L’acquerello botanico si serve della grafite per quelle parti, per così dire, collaterali all’opera principale che però qui, per un brillante divertisement, diviene essa stessa opera a sé stante. Pare che questi fiori siano quasi dei cigni in un laghetto colti in passi di una danza amorosa e baldanzosi nel dare sfoggio delle proprie qualità migliori ed al tempo stesso nel dimostrare ritrosia e quindi creare il desiderio. Il ciclamino ricorda i miti greci, il nome certo rinvia a questa suggestione, eppure non c’è per questo fiore un mito specifico… verrebbe da inventarlo solo per vedere altre colte illustrazioni di questo tipo.

Valeria Iseppi, Cappuccetto rosso, libro d’artista, 2024,

Ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte complessa, con un formato a fisarmonica o concertina chiamato Leporello (dal personaggio dell’opera di Mozart che snocciola tutte le conquiste di Don Giovanni: “Madamina, l’elenco è questo”) che permette ampio spazio di espressione con una maggior agevolezza rispetto al formato classico delle pagine di un libro. Questa soluzione, aperta del tutto, assume la forma di una stella e racconta in versione double-face la favola di Cappuccetto rosso: sul retro scorre ad incisione la storia originale della bambina, mentre nel fronte è presente una versione pop-up alternativa… non ci sono parole, si tratta di una lettura per immagini pensata per la nipotina, un’apperente semplicità fanciullesca che racconta con profondità la vita ed i suoi dolori pur in una sospensione della realtà. Il foglio bianco è sagomato, lavorato come un pizzo mentre sfondo e cappuccetto sono dipinti a mano in tinta unita con pastelli, colori a cera ed acquerello. Il realizzato finale è luminoso e spigliato, una stella azzurrina da magia buona che colpisce per semplicita e maestria ideativa.

Valeria Iseppi, Agapanto, incisione alla maniera nera, 2017,

La Maniera nera o Mezzatinta è una tecnica calcografica raffinata che prevede una lavorazione della lastra di rame, che viene graffiata con un berceau in tutte le direzioni e quindi inchiostrata per una superficie uniforme e vellutata. Così trattata, la superficie viene lavorata con brunitoi e raschietti per il disegno vero e proprio che parrà nella stampa emergere dal buio con effetto fumo e, come in questo caso, una tridimensionalità illusiva. L’agapanto (o“fiore” dell’”amore”) è una specie floreale dal lungo stelo sulla cui sommità le corolle sono contenute in un involucro che una volta caduto vede i fiori disporsi circolarmente a formare una sfera ideale. In questo caso la maniera nera ha enfatizzato la drammatizzazione della scena e pare quasi che le giovani corolle, per lo più ancora da schiudersi, veleggino su di un’arca troppo piccola per tutte e che le più grandi (già aperte) abbiano per questo deciso di sacrificarsi per il bene dei virgulti. Quest’involucro di fibra vegetale seccandosi ingiallisce e può davvero ricordare visivamente il legno, una navicella antica (?) che solca mari ignoti alla ricerca di un rifugio, una nuova patria in cui ricominciare per lasciarsi alle spalle chissà quali mali. La luce che giunge dall’alto ha il carattere dell’illuminazione, un rivelare una pianta singolare che eccelle forse proprio per questo antropomorfo carico significante e che invita a riflettere sempre su temi ogniqualvolta attuali.

Valeria Iseppi, Passiflora, acquerello, 2024,

La Passiflora, o Fiore della passione, è così chiamata dai missionari gesuiti del seicento per la somiglianza simbolica tra alcune parti del fiore e gli oggetti della Passione di Cristo come ad esempio gli stili simili ai chiodi, gli stami al martello, la raggera alla corona di spine ed infine i viticci alla frusta. Questa pianta perenne e rampicante è prevalentemente ornamentale, con i suoi frutti della passione utilizzati in diverse preparazioni. Come si può vedere si tratta di un arbusto elegante e sinuoso che si dispone con grazia senza invadere troppo lo spazio. La composizione artistica si staglia ovviamente su un foglio bianco, con steli simili a liane che appaiono a sorpresa, in una leggerezza simmetrica amena e docile. Il fiore ed il frutto si offrono spontaneamente tra foglie lanceolate a gruppi di cinque e viticci simili a riccioli d’angelo… A ben vedere, a percorrere i suoi steli, sono presenti tutti gli stadi di crescita della pianta, dalle foglie ai virgulti, dal fiore in boccio al frutto maturo. Quest’ultimo ha i colori del sole con una resa certosina ed impeccabile della volumetria realizzata attraverso la lente e pennelli dalla punta finissima. Si tratta di un’illustrazione botanica reale resa con una perizia magnifica e sfacettata dopo lunghe ore di osservazione e di studio quasi contemplativo.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Featured

Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (ep VII la lapide della Chiesa Vecchia)

Primi del ‘700, Chiesa Vecchia

I lavori di restauro della chiesa procedono spediti, i muratori si sono arrampicati sulle impalcature di legno e corda simili a stambecchi amanti delle altezze. Una bella e lunga lapide, posta sulla facciata fin dal 1661, faceva memoria del munifico intervento del primicerio della basilica di San Marco, Giovanni Tiepolo, unito agli sforzi della comunità locale. Appunto faceva perché, staccata in questa circostanza, è smembrata in più parti e deposta alla base dell’edificio. Sarebbe stata distrutta? No, certamente reimpiegata… L’arciprete ha già un’idea.

“Scolteme, sta chi portala da mi in canonica, per chel progettin che ve go dito”.

“Qualo? -chiede il capomastro.- me ga da massa robe da far, bisogna usarlo par el camìn?”

“Te ghe indovinà. Pulita un pocheto la sarà nova fiammante.”

I muratori la prendono su e la portano in canonica, dentro la corte, dove è lasciata per qualche tempo.

Una mattina giunge lo scalpellino che la ricompone per studiarsela, non sa tradurre il latino, ma ne è affascinato. Crede che sia antichissima.

Arriva l’arciprete e studia a sua volta lo scalpellino che passa le dita sulle fenditure, completamente estraniato dal mondo.

“I me gaveva dito che te geri fissà, propio bravo, ma non credevo fin a sto punto.”

Lo scalpellino sobbalza e si gira inciampando, capitombola a terra.

“Cosa c’è scritto?” Chiede come giustificandosi.

“Uh Signor, che tusi curiosi che ghemo… la xè longa però, gonti davero da farlo?”

“Sì, le faccio un bello sconto se lo fa”.

“A te podevi dirlo subito! Allors:

de sta Ciesa el capitolo xera formà da

l’arxiprete e disdannove canonixi.

crue Guere el castelo, el tempio, i canonixi

col fogo, colle ruine, col terore

cruxiarono, opresero, fexero scapar.

Dito ciò

dele entrà dei canonicati (furono nominà) molti commendatari.

Ela dignità del capo del clero de San Marco

Coi fruti (dei numeri) X. XV. XVIII. (fu) acresciuda

in sta (dignità) eleto Xiani Tiepolo,

co pia e generosa elargiziòn

sta navada eresse

(essendo sta) pagà le spese sul groppòn dela comunità de Lonigo

ugualmente munifica per erigerne n’altra

se l’ingiuria de’ tempi e la materia preparà

non gavesse distruto.

Girolamo Miglioranza arxiprete

Parché la pia memoria del Tiepolo

e la pietà dela comunità

lo stesso tempo non gavesse da desmentegarse.

Sto ricordo el ga vudo cura de porre

L’ano dela salute milleseixentosexantuno…

 

Sito contento ‘desso? Fala a tochi per rivestire el camìn de sora. Prima te lo fè mejo xè così posso scaldarme senxa paura che ciapa fogo tuto”.

“Ma… poi come faranno a leggere l’iscrizione?”

“I la ga copià, ma par mì non la interexa a nessùn”.

 

Di nuovo le informazioni per comporre questa storia breve vengono dal ventennale lavoro del prof. Mazzadi, edito nel 1989, complesso sì, ma ricchissimo di studio erudito e valente. A questo non ho fatto altro che aggiungere un divertisement dialettale. Oggi della lapide non resta nulla, se non una trascrizione fortuitamente rimasta a documentarne l’esistenza.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Featured

Antonella Gini, arte sensitiva e catartica

Antonella Gini è un’artista interessante che esprime il proprio estro creativo nella pittura e nella scultura lignea. Le tele sono realizzate con una tecnica di distribuzione del colore che ricorda quelle carte marmorizzate che avvolgono i libri di pregio… in questo caso il colore è posto molto liquido e viene sospinto in varie direzioni fino ad ottenere l’effetto desiderato. Molti sono i colori presi in esame con accostamenti molto vivaci per un’esperienza interpretativa criptica che sfocia in esiti differenti per ogni osservatore. C’è comunque in tutte un certo misticismo, una spirituale pittura che si rivolge all’interno, un esercizio catartico dell’artista per raccontare sé agli altri. Un tema che torna spesso è quello della circolarità, o meglio dell’avvolgersi intricato che è anche proprio del legno della vite che, scartato, è scelto e lavorato per divenire un bastone simile ad uno scettro, un pastorale.

Antonella Gini, L’anima sonda la realtà prima di nascere, tecnica mista,

La teoria delle macchie di Leonardo da Vinci, anche detta Pareidolia, permette di vedere e riscontrare figure umane o profili laddove sono presenti forme casuali, all’apparenza prive di aspetto definito. Questo concetto può associarsi decisamente a quest’opera, con risultati differenti per ognuno di noi. In quest’ottica pare di scorgere un viso di profilo, una parvenza angelica senza genere che si affaccia sulla realtà e la osserva a lungo prima di addentrarsi calandosi nel mondo. Questa figura è simile nella sua immobilità ad una statua che si ammanta di vesti d’oro, sacre e preziose che le consentono di esistere in maniera visibile pur essendo per ora priva di un corpo fisico. Il paesaggio sottostante, dalle verdi tinte pastello, è solcato da ampi corsi d’acqua e richiama una condizione idillica pre umana che questa sorta di nube bizantina, da paradiso celeste, enfatizza. Ci sono infine delle crepe bianche, delle scalfiture in cui il colore si secca ritirandosi e graffiando la tela: il male entra nel mondo, nell’esperienza umana di questo essere angelico… il desiderio però è troppo grande ormai per tirarsi indietro e l’incarnazione si realizza.

Antonella Gini, Specchio spettro, tecnica mista,

In quest’opera il cambiamento è apportato non dalla tecnica, bensì dall’inedito formato circolare incorniciato, quasi si tatti di una gemma antica o cammeo sulla sua montatura. Il colore è sceso sul dipinto secondo il suo desiderio, calandosi ricordando una soluzione disciolta in acqua. La cromia essenziale fa pensare ad uno specchio d’acqua, un pensatoio in cui immergerci per ricordare il passato. Gli specchi per tradizione sono degli strumenti doppi, riflettono e tolgono, in essi ci si riconosce (oppure no), ad essi si può porre domande come a quello di Biancaneve. Ad osservarlo attentamente si scorge un volto, ma anche un paesaggio lunare in cui danzano spettri di biancastro pallore. In questo specchio comunque non ci si specchia, ma semmai si interpreta un’immagine scomposta e rimestata, idoli che la mente scandisce sul momento che potrebbero servire per studiarla a fondo. Le proprietà riflettenti sono restituite dalla cornice d’argento, una perfezione tutta d’un pezzo che è in grado di contenere un’infinità caotica e liquida che scorre e rimugina.

Antonella Gini, Eva ed il serpente, tecnica mista,

L’albero della conoscenza del bene e del male è rosso, Eva è blu come l’acqua, il serpente è bianco come le ossa e si camuffa con questi tre colori per sembrare più innocuo. Quest’ultimo parla alla progenitrice avvinghiato all’albero, finge umiltà giungendo dal basso e sibila le sue malie oratorie. Eva lo sta ad ascoltare, con la sinistra pare che gli chieda spiegazioni, forse avendo già mangiato del frutto proibito. Il rosso è ovviamente il colore pulsante del sangue, della linfa vitale composta di ferro ed acqua che trasporta i nutrienti necessari alla vita. In un certo qual modo c’è già qui la prefigurazione di Maria e del suo manto blu simbolo della preghiera e del raccoglimento: una seconda Eva che redime l’umanità. Adamo dov’è? Capito di essere nudo è fuggito, non si trova, e solo il sacrificio di Cristo potrà redimerlo. Eva qui ricorda una fata, una figura dotata di magia, ma anche una regina assisa sul suo seggio che, conscia ora del potere serpentesco, lo trattiene e lo allontana, ci parla, lo vede e lo respinge.

Antonella Gini, Scettri della visione, sculture,

Vecchie viti scartate dal contadino sono preziose agli occhi dell’arte: l’istinto creativo è messo all’opera, scolpisce la materia lignea e la esalta… Si tratta soltanto di utili bastoni da passeggio? Torti e ritorti, intricati come sono hanno un’estetica naturale piuttosto criptica, un avvolgimento strisciante che ricorda un serpente, come il bastone di Mosè. Uno scettro dotato di portentose capacità che nella letteratura è proprio degli stregoni come Gandalf, ma non dei maghi che hanno meno contatto con la natura. Chi porta un bastone ha una certa sacralità, un misticismo sottile… lo stregone è quasi un frate, appartiene ad un ordine religioso i cui valori pertengono al tempo della fondazione del mondo. Il bastone più scuro, sullo sfondo, ha due aperture, due orbite attraverso le quali è possibile ricevere dei responsi oracolari, o almeno è questo che l’artista riferisce... Si tratta quindi anche di maschere pesanti, gravose, delle ossa o dei relitti trasfigurati che non sono più ciò che erano, anzi lo sono più di prima.

Antonella Gini, Nebulosa infernale, tecnica mista,

L’universo nella sua oscurità non è vuoto, ma ugualmente colmo di vita e colore racchiusi in entità di incommensurabile grandezza chiamate nebulose che paiono predisposte da un artista che ama sorprendere. Colori lividi, squillanti, generati da materie gassose insondabili si dispongono in gorghi e mulinelli in cui viaggiano indisturbati i buchi neri, quasi piranha in un torbido mare da foresta pluviale. Non è difficile dunque accostarsi ad un immaginario dantesco in cui le anime dei dannati si trovano vincolate ai propri gironi a patire ciò che in vita di male hanno commesso. La liquida cromia si dispone sulla tela torcendosi, ampliandosi, con luminismi improvvisi da regista, con cangiantismi la cui logica mai risulterà compresa appieno. A ben osservare si nota una porosità da superficie ossea, una forte presenza ineludibile che si muove tra flussi e riflussi, maree millenarie attratte da lune invisibili dalla criptica influenza.

Antonella Gini, Paesaggio di Marte, tecnica mista,

Quest’opera condivide l’esatto colore delle dune di Marte: non c’è nulla in quel pianeta se non rossi granelli di materia terrosa, infinite distese assolate solcate da sonde spaziali che lasciano scie al loro passaggio. Si dice che un tempo colà ci fosse la vita e senza dubbio tracce d’acqua, fiumi, mari e laghi ora scomparsi per sempre. Ben prima che l’uomo muovesse i primi passi sulla Terra lì era già avvenuta l’estinzione di ogni essere vivente? Il colore si è disteso sulla tela, in parte scivolando da sé, in parte sospinto dall’artista per dare vita a possibili sagome paraidoliche. Quella figura in bianco osseo è forse un bucrale (un teschio di bue), oppure una muta di cicala, od una pelle scuoiata? C’è un chè di fantasma, di lucertola e pipistrello, ma anche elementi ipnotici che attirano al loro interno e catturano come le mosche nella tela di un ragno. Potrebbe trattarsi di un vero marziano, vivente o meno, che possiede qualcosa del vampiro… per fortuna la tela non balza ancora addosso a chi la osserva.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Featured

Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (ep VI Frate Massimo)

1984, Chiesa di San Daniele

 

La lettura del Vangelo si è appena conclusa ed il celebrante, frate Massimo, si appresta a predicare. Capelli radi, corporatura robusta e paramenti bianchi. Gli affreschi dell’arcosanto sono illuminati dalla luce che filtra dalle finestre a veneziana sulla destra, mentre a sinistra, all’interno delle cappelle, i santi dipinti ascoltano da sempre quanto si dice con imperturbabile grazia. L’assemblea lo osserva attenta, in un silenzio raccolto interrotto solo da qualche colpo di tosse, scricchiolio dei banchi e strillo di bimbo, giù nei pressi della sacrestia. Là anche Fra Fidenzio, ad ascoltare la predica grazie alla differita del microfono ed a svolgere il suo ruolo di sacrestano.

«Vediamo se anche oggi ripete la solita storia. Edificante certo, per lui la più vitale, ma…». Commenta tra sé.

«Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. Risuonano forte queste parole di Gesù, contenute nel vangelo di Matteo. Il pensiero comune direbbe che Dio non ci parla, chi l’ha mai sentito? I modi del Signore non sono i nostri e Lui, che ama così tanto la contraddizione, non sceglie mai le vie più dirette per manifestarsi, ma quelle in cui la luce può risplende meglio. Egli parla sempre ai nostri cuori, ma nei momenti più bui, quelli in cui siamo davvero umiliati, siamo forse più propensi ad ascoltarlo, in tutta sincerità riusciamo ad aprire un passaggio, uno spiraglio nel quale Gesù si manifesta… quasi come Longino che trafitto Cristo al costato vede sgorgare e acqua e sangue. Il centurione da quel momento ha cambiato vita: di fronte a certi eventi è impossibile l’indifferenza. La nostra esperienza si con-verte, corrisponde alla sua chiamata e diviene vocazione. Non è da tutti? Chi l’ha detto! Quando ero giovane, lavoravo…»

«Eccolo, eccolo che el se carica…» Sorride Fidenzio bonario, per l’ennesima volta.

«…come cameriere: dopo vent’anni di fascismo la povertà era tanta quando i tedeschi occuparono Roma, in quei nove mesi tra il ’43 ed il ’44. C’era bisogno di lavorare e, nazisti o no, si doveva pur mangiare. Ecco che servirli durante una festa non mi era parso poi male, la famiglia dipendeva anche da quel piccolo guadagno e così... Uno dei gerarchi aveva ben pensato di festeggiare in un albergo con il cupolone in vista, quella sublime idea di Michelangelo. L’ebbrezza del vino lo aveva inebriato e vuotato un’altra volta il calice di cristallo disse: -Quella cupola io la distruggerò come farò con questo calice-. Ebbene, lo gettò a terra con energia e questo non si ruppe. Non si ruppe! Potete capire come un tale prodigio potesse colpire un giovane come me: ciò mi ha rivelato Dio ed in quel momento lo sentii e la mia vita non è più stata la stessa. È proprio vero, come direbbe il nostro Santo Antonio: La bocca del Signore è nell'orecchio del cuore, nel silenzio di chi è tranquillo: a lui rivela il segreto della sua volontà».

 

Il passo di Matteo è del 21 giugno, il giorno in cui ho deciso di scrivere questo racconto, ma l’ho scoperto il giorno dopo. Il passo di Sant’Antonio l’ho ascoltato il 13 giugno, durante la messa in Duomo. Non ho mai conosciuto Frate Massimo, però Fra Fidenzio sì… quest’ultimo mi ha dato un insegnamento che non potrò mai dimenticare, ma questa è un’altra storia. La “predica” è scritta da me, certamente fra’ Massimo l’avrebbe scritta e raccontata meglio. Questo racconto è dedicato a papà.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Featured

Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (Ep V Gli Ezzelini 1232)

Aprile 1232, nei pressi del castello di Lonigo

È una giornata ventosa. I campi ondeggiano verdi alla brezza di primavera e già le rondini si esibiscono nelle loro ardite acrobazie aeree, giocano a rincorrersi assecondando il vento, s’incanalano nelle grandi porte del borgo e volteggiano attorno alle vertiginose torri con gaiezza. Le vedette del castello di Calmano colgono un brillio oltre il Fiumenovo, pensano ad un effetto di sole, però qualcosa le turba e così… Al grido delle squille tutto tace per un attimo, poi i vari campanili (fuori e dentro il borgo) risuonano convulsi ed è subito un gran viavai di gente concitata che raccoglie alla meglio i propri beni e miserie per rinchiudersi al sicuro entro le alte mura difensive.

Ed ecco, giunge Rizzardo conte di San Bonifacio con il suo esercito, l’armatura che balugina al sole e la piuma nera sul suo elmo dal becco a punta a ricordare quello di uno sparviere. Marziale e pieno di possanza si porta tra le prime file, appena a distanza dalle linee di tiro, e scruta altiero ciò che lo circonda. Il nero e possente cavallo è avezzo al peso della mole del suo padrone bardato, le froge che sbuffano ed i muscoli possenti che paiono quelli di un bue. Rizzardo leva una mano con eleganza e fa venire avanti il suo secondo.

«Qual è la torre degli amici degli Ezzelini? Di là ci sono i possedimenti del Maurisio, quel loro leccapiedi».

«La torre è qui, mio signore».

«Bene, la si distrugga. Radetela al suolo, i figli del Monaco, Alberico ed Ezzelino, avranno una gran bella sorpresa. Nel frattempo… occupiamoci del castello. Caduto quello anche il borgo farà lo stesso».

L’esercito di una cinquantina di soldati si divide e mentre il conte se ne sta a guardare viene fatto avvicinare l’argano, una catapulta nera e pesante in grado di scaraventare grosse pietre. Gli uomini ed i cavalli sono imperlati di sudore, stremati per l’immane fatica. Alla vista di un tale strumento dal borgo si levano grida di supplica a Dio. Rizzardo ride.

«Non siamo qui per voi, non ancora. Pensiamo prima alla torre ed al castello».

I suoi annuiscono con serietà e mentre l’argano viene orientato gli altri si avvicinano al castello con gli scudi alzati per ripararsi dalle frecce e dai sassi calati dall’alto. Il vento è a favore del conte e caricato il masso lo si sgancia. Questo vola nell’aria simile ad un tafano rumoroso o una vespa che punge. La torre resiste al primo colpo e le vedette che sono lassù esultano. Qualcuno però scende intuendo il pericolo… Con lentezza si prepara il secondo colpo cambiando un po’ l’angolazione. Caricato si sgancia ed abbattendosi scalfisce un lato e tutto trema. Il ritmo riprende regolare ed il terzo ed il quarto pietrone volano sicuri, ma al quinto si avverte un colpo secco, uno spezzarsi dall’interno e la torre oscilla, per un attimo regge… infine crolla lamentosa da un lato, quello opposto al borgo. Si leva una nube di polvere e poi prende fuoco. I soldati rimasti, che non sono stati uccisi dal crollo vengono passati per le armi. Al castello le cose vanno meglio: quando quelli di dentro vedono la caduta e sentono il fragore del colpo, come quello di un albero che cade, si guardano tra loro sbigottiti.

«Il conte Rizzardo vi concede di aver salva la vita in cambio del castello e dei beni del castello. Uscite e non vi toccherà, restate e preparatevi a combattere».

Escono tutti, il castello ora è nelle loro mani e vi si installano con calma. I fuoriusciti invece si rifugiano nel borgo nottetempo per certi accessi segreti, mentre i soldati del conte fanno razzie e scorribande tutt’attorno per l’intera giornata. Infine anche il Borgo si consegna a Rizzardo.

 

Ad Alberico giuge la notizia (via piccione viaggiatore?) mentre si trova a Bassano ed invia una squadra di soccorso a risolvere rapidamente la questione. Alla testa i guerrieri Erro da Lonigo e Bonifacio da Orbana. Forse a pagare cavalli, armi e commilitoni è di nuovo Gerardo Maurisio. Baldanzoso il gruppo se ne passeggia di qua e di là con la noncuranza di chi sa già d’aver vinto. Giungono dopo un paio di giorni, probabilmente è sera e le insegne non si vedono bene oppure non sono state cambiate proprio per evenienze come questa. Non sanno che il conte è ancora qui.

«Aprite voialtri, ecco l’aiuto degli Ezzelini. Dov’è il nemico?». Parla Erro.

Lassù qualcuno ridacchia e Bonifacio ne è insospettito. Per buona misura si porta nelle retrovie ed attende. Erro no e… omen nomen? Aspetta che sia pronto il ponte levatoio e tronfio di sé avanza per venirne inghiottito, come tra le fauci dell’inferno. Erro ed i primi ad entrare gridano, colpiti a morte, mentre per gli altri è aspra contesa. Il da Orbana si salva, ma è solo e senza denaro, cavallo, armatura e scudiero… Altri due sopravvivono per essere consegnati al Marchese Azzo VII d’Este e quindi giustiziati. Maurisio perde oltre 200 libre e se ne lamenta.

 

La fortuna è una ruota insidiosa e gli Ezzelini lo sanno. Giunti i rinforzi più ingenti il castello dichiara la resa, ma non il Borgo che ora è per la causa del conte di San Bonifacio. Occupata la dimora e l’orto del Maurisio (ohi ohi!) e sequestrati dei buoi, si attacca loro l’argano e rivoltolo contro il castello si tirano i sassi, ma questa volta non riesce loro di abbatterlo come con la torre. Dal castello dunque il colpo di genio, una sortita nottetempo e, rubato argano e buoi, si vanifica il progetto di Rizzardo. Non c’è però modo di concludere la contesa e così è stipulato un armistizio tra l’ezzeliniano Gabriele da Lonigo ed il podestà vicentino Guglielmo Sivoleto. Tra i due litiganti… Il castello passa in gestione ai padovani

 

 

Passa del tempo. Altri buoi, ma in tempi più pacifici. Stessi campi, ma senza argano. Il fieno è raccolto in rotondi covoni odorosi e trasportato a fatica sopra carri robusti e grandi da bestie da soma avezze alla fatica. Questi però sono buoi speciali, i migliori di tutta Lonigo, quelli del Maurisio. Un’incursione del solito Rizzardo glieli strappa, per consegnarli al proprietario dei primi buoi, quelli usati nell’assedio; neanche Sivoleto riuscirà a farglieli restituire. Ed i covoni? Presto saranno zuppi d’acqua e marciranno. Il conte di San Bonifacio deve avercela con lui... Nel 1209 Rizzardo aveva già distrutto un suo palazzo a Vicenza, con due torri: il nostro è là procuratore, notaio, giudice, avvocato e soldato. In più… è amicissimo degli Ezzelini e loro “ambasciatore” presso l’imperatore. Il Maurisio compila anche una cronaca sugli ezzelini Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano, considerata la più antica. Ho realizzato questo racconto breve sulla base della lettura dei testi del Mazzadi e poi dall’originale in latino del duecento.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.