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Gianfranco Berti è un artista leoniceno curato ed attento, che fa della leggerezza una delle sue caratteristiche pittoriche migliori. A ciò si deve aggiungere una minuzia descrittiva che ama la calma, unita all’utilizzo di toni pastello (o comunque più chiari) che amplificano ulteriormente questo concetto, in visioni spesso dall’ampio respiro. Un’altra parte della sua produzione è legata al ritratto in cui le persone care all’artista vivono e rivivono fortificate dall’affetto, in maniera imperitura. Oltre ai paesaggi leoniceni ed ai ritratti dei suoi cari, questo pittore realizza scene di genere, di ieri e di oggi, in cui le sue figure si muovono senza peso, sgravate delle preoccupazioni della vita: null’altro che attimi di felicità salvati dal tempo a resistere strenuamente contro le sue lusinghe ed insidie.

Gianfranco Berti, Madonna dei miracoli, olio su tela,
Il santuario del miracolo mariano risplende simile ad un palazzo delle favole, stagliandosi in un cielo irreale di una limpida giornata primaverile. L’atmosfera che si respira è di attesa, mentre tutto è sospeso e nulla pare muoversi come in un sogno ad occhi aperti. C’è una delicata geometrizzazione delle forme, una nettezza luminosa che taglia la reggia fatata quasi un gioiello, uno sfaccettato diamante. Si coglie un forte e magnetico misticismo che permea ed esalta l’evidente realismo della tela. Le morbide tonalità dei campi, l’emozione rosata delle pareti dell’edificio ed il leggerissimo celeste del cielo contrastano con i toni scuri degli altri caseggiati che paiono invece parlare della transitorietà delle cose opposta al perdurare della spiritualità.

Gianfranco Berti, Piazza Garibaldi, olio su tela,
In quest’opera la piazza di Lonigo esalta le sue forme dopo uno scroscio di pioggia, probabilmente a marzo, in occasione della sua antica fiera cavalli. I fatti miracolosi dell’apparizione riferita sopra hanno aggiunto all’evento fieristico una maledizione, la pioggia (che in alcune occasioni è stata anche benefica), in soprannaturale memoria del pugnale che ha trafitto l’immagine dipinta della Madonna, la mano della quale si è mossa a coprire la zona ferita (del viso). I tenui colori degli edifici che formano la piazza paiono quasi dei miraggi della luce che si rifrange in arcobaleni per l’aria carica di umidità. Le superfici scintillano e le persone si muovono come alleggerite di pesanti fardelli. Da rilevare le qualità prospettiche che scandiscono le varie aree con perizia descrittiva e leggera sincerità.

Gianfranco Berti, Veduta di Ponte San Giovanni, olio su tela,
Il fiume Guà gorgoglia docile e piatto nel suo letto “nuovo” rimpiangendo forse i tempi in cui circondava il castello di Calmano, dove oggi c’è il Duomo e prima di questo il convento di San Marco. L’artista dell’opera è arguto e perito ed imita l’effetto dello scorrere ininterrotto delle acque, che un tempo azionavano la ruota di un mulino, con maestria e guizzo frizzante. Il ponte pare un merletto, una trina lavorata a traforo da abili scalpellini che romanticamente adombra il rio che sovrasta. Su tutte le cose dipinte troneggia il cielo, più intenso degli edifici sottostanti, che ricercano controvoglia un po’ di anonimato da questo artista che li ha voluti ritrarre.

Gianfranco Berti, Ritratto di Aida, olio su tela,
Una parte della produzione artistica di questo pittore è legata al ritratto, principalmente di parenti ed amici, come in questo caso la nipote Aida. Lo sguardo diretto, la luce ad illuminarne il viso, un sorriso via via più ampio: è chiaro il grande affetto che rende spontaneità alla vicenda e radiosità alla figura. Felice lo sfondo con la staccionata bianca ed il decorativismo floreale che arricchiscono la posa, per non parlare dell’abito con arricciature e motivo a rose. C’è di base uno studio attento, lungo e curato che vale tutto il tempo impiegato e ripaga con emozioni evidenti, per momenti destinati a durare.

Gianfranco Berti, Mulo e contadino, olio su tela,
Un anziano conducente di muli è colto sorridente mentre guida il suo somarello che trasporta due ceste colme di castagne con ancora il loro involucro puntuto. A terra, qua e là come una scia, se ne individuano alcune (che devono essere cadute), la strada è umida, piena di fango. All’orizzonte alcuni edifici si nascondono tra la nebbia simili alle mura di un castello, mentre attorno spaziano grandi distese di campi. La docilità del mulo ben si accompagna alla calma senile del contadino e questo senso generale di rilassamento deve essere stato la molla che ha ispirato l’artista all’esecuzione dell’opera.

Gianfranco Berti, Paesaggio leoniceno, olio su tela,
Il campo arato, in questo paesaggio leoniceno, pare proprio un foglio bianco pronto per essere scritto, vergato da parole di poesia che ricordano il famoso indovinello veronese. Questo campo sembra inoltre un fiume vitale dal quale si origina miracolosamente la vita. Si deve prestare attenzione anche all’infilata di alberi che rimandano a quei paesaggi veneti di artisti del rinascimento quali Giorgione, Tiziano, Lotto… Anche i caseggiati ricordano quelle atmosfere, che risentono qui del cambiamento dei tempi pur non mutando la loro funzione agricola. L’opera non esaurisce qui la sua portata, inerpicandosi fin su per le montagne grazie allo sfumato leonardesco. C’è nuovamente quella leggerezza di cui si è detto in precedenza ed un divertissement con il passaggio dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
La mostra virtuale di oggi è dedicata ad un insolito argomento: il vitale moto spiraliforme e circolare che è possibile cogliere nella realtà soltanto in alcune occasioni. L'arte come sempre è in grado di esaltare questi insoliti prodigi, rivelandoli sulla tela anche laddove non potrebbero esserci. Si tratta in fondo di una mostra virtuale che vuole parlare di molte cose, da cogliere tra le righe, e che nasce da sè per essere un augurio inaspettato e riflessivo, sensibile che trasmetta energia, quella buona e propositiva, per perorare le proprie cause nell’ascolto e nella comprensione.

Gessica Tiziani, Simiane-la-Rotonde, penna e caffè su carta, 2025,
Ha un che di magico questa visione di una delle scale a chiocciola del castello di Simiane-la-Rotonde in Provenza. La composizione è interessante e vivace, vitale, con una linearità che si innesta in una circolarità che sale (e/o scende) per un procedere spiraliforme che tende potenzialmente all’infinito. Il nero dei segni a penna è lambito dalle liquide pennellate di caffè che illudono lo sguardo di essere quasi la luce del sole che filtra da una delle finestre di una tale dimora. Se ben si osserva, i blocchi di pietra paiono l’ossatura di un’enorme creatura antica, una balenottera, il cui corpo deposto eoni fa nelle profondità oceaniche è stato riscoperto in seguito ad una campagna archeologica. Questa scalinata è in grado di evocare memorie passate e viene da chiedersi se quelle macchie non siano, attraverso un processo di pareidolia, gli spiriti e le animule degli antichi abitanti del castello venute a visitare la loro abitazione vetusta. Pare di osservare un rimestare di acque, un mulinello impossibile prodotto dalla scala, che ruota scuotendo l’immagine in un ideale gioco di specchi.

Gessica Tiziani, Chiocciole, pigmenti e pastelli ad olio su tela, 2025,
L’elemento spiraliforme è ora mutato ed ha preso vita nella mente artistica in una versione più ridotta, concentrata ed umile: la chiocciola. Sono in tutto sette, di varie dimensioni e disposte su due assi di staccionata di legno scuro legate strettamente tra loro da fili di ferro arricciati. La vegetazione è folta e ricca, con una certa secchezza dovuta forse alla mancanza d’acqua. Potrebbe trattarsi del limitare di un appezzamento che dà su una zona boscosa, un lungo filtro in cui vigono ancora le caotiche, solo all’apparenza, regole della natura. Esenti da tale suddivisione sono soltanto gli steli d’erba e quella sorta di arbusti marrone-rossiccio. Le chiocciole hanno in sé gli stessi colori dell’ambiente che le circonda, sono il frutto di questo habitat ed in esso si esaltano divenendo dei veri e propri prodigi.

Elisabetta Martinez, Liocorno, olio, carboncino e foglia oro su tela, 2025,
L’elemento con il suo moto a spirale è tornato ad allungarsi ed a porsi sul capo di una creatura biblica che ha sul suo vello azzurro-oro delle galassie che occhieggiano brillando preziose. Pare di essere di fronte ad uno spirito che fluttua, ad un’entità fantasmatica antediluviana che nobilmente attraversa un campo notturno. Le stelle, i pianeti ed i sistemi di pianeti pare che se li sia mangiati cogliendoli direttamente dal cielo con il suo corno, come farebbe un pescatore con la sua lenza luminosa. La creatura iridescente sta forse sognando e vaga in uno stato di trance, volando leggera in una notte senza luna con uno sguardo senza occhi, osservando con la mente… L’ampio ventre fa pensare ad una gravidanza cosmica, quasi ad un essere astrale che giunge sulla terra per ottenere un po’ di pace e nascondimento. Tutte queste suggestioni e l’opera stessa sono ispirate dalle Grotte di Lascaux, in Francia.

Lara Ottaviani, Drogatto - Bipolarità, incisione, 2025,
Torna per questa occasione una vecchia conoscenza del blog, il gatto soprannominato Drogatto per aver frequentato le piante allucinogene provenienti dalle differenti parti del mondo. In questo caso la sua situazione non è migliorata, anzi, si è rivestita di una duplice doppiezza che l’artista ama definire “bipolarità”, in un moto rotatorio continuo, divenendo quasi un tessuto su cui è stata scritta la partitura dell’universo. Il suo vello maculato è simile a quello del ghepardo, ma le macchie paiono qui stelle, pianeti e sistemi planetari, galassie di un unico ed imperscrutabile organismo. Che cosa può dirci il suo sguardo allucinato ed instupidito? Che abbia avvertito l’odore pungente di un altro suo simile ed il suo animo sia dibattuto tra la più funesta irritazione ed il terrore istintivo? Le orecchie sono dritte, le vibrisse stirate, la posa è immobile, gli artigli sfoderati… Che si stia per gettare in una lotta notturna per guadagnarsi il dominio territoriale? Questo gatto ricorda da vicino noi uomini del genere umano, incapaci di agire senza violenza e con raziocinio. I più grandi mali portati nel mondo sono merito nostro e la via della pace è solo per quelli che gridano, inascoltati, nel deserto. Certo così il messaggio raggiunge distanze più lunghe, ma non potrà mai sovrastare i bombardamenti… Che cosa fare? Agire, agire nel silenzio del cuore, coltivare il vero amore come un giardino aperto al mondo, inaffiarlo con il rispetto e concimarlo con l’ascolto e la sensibilità.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Daniela Alessi è una fotografa appassionata, un’artista della macchina fotografica che non costruisce lo scatto, o non sempre lo fa, per invece lasciarsi guidare dalle occasioni che la vita le offre. La sua peculiarità è lo spirito di osservazione, la chiamata o vocazione artistica che altro non è che una sensibilità esercitata nel tempo ed istruita da corsi, mostre e consigli di chi si è cimentato prima di lei. Le tecniche fotografiche le sono tutte note, le inquadrature, gli effetti, le ombreggiature che sono sempre calibrate e mai eccedono o caricano la visione per una freschezza leggera e arguta, spigliata, in cui si avverte un sentimento immediato e colto.

Daniela Alessi, I 2 cavalli, fotografia, 2019,
Che cosa ci fanno due cavalli, docili a pascolare sul ciglio di un precipizio? Il taglio scenico della foto offre una scatola spaziale che guida la vista e consente un approssimarsi lento, pacato, che non perturbi la visione. La natura circostante è in rigoglio, ma già si capisce il destino della stagione che fa cadere le foglie e velare il cielo di foschia. Il panorama si allunga all’orizzonte con un senso da sfumato atmosferico leonardesco di ampio respiro che induce a contemplare gli spazi, intuire i volumi ed interrogarsi sul campanile che si vede spuntare da lontano. Altro protagonista dello scatto è il lato di questa casa con un’insolita macchia di umidità che scende dall’alto, con un senso di precarietà sostenuta e di solida compattezza che si fonde con la vegetazione circostante. Tutto è immobile e soltanto i cavalli avrebbero il diritto, che non esercitano, di spostarsi. È così gustosa l’erba sul bordo del precipizio? Si tratta quasi di una natura morta, un memento mori eccezionale che si esprime senza pretese di riconoscibilità immediata e che non vorrebbe essere notato.

Daniela Alessi, Scorci leoniceni, fotografia, 2020,
Inatteso è questo scorcio, che parla di Lonigo senza dirlo e trasmette un romanticismo ottocentesco da vero falso storico. Dove sarà stato scattato? L’occhio lo sa, la mente l’ha già scorto e sta a chi osserva fare mente locale. Un utile indizio può essere la forma del lampione, con questa arricciatura a girali vegetali, tipica dell’Art Nouveau di inizio novecento, che un tempo si trovava anche in piazza. La balaustra, con queste due colonnine che mantengono in piedi la ringhiera, ha capitelli d’acanto. Una è del tutto integra, l’altra (che pure è più ampia e solida) è stata aggredita dal tempo con una furia straziante. Interessante che questa pietra orizzontale, con arcate ogivali, poggi quasi tutta sul nulla. All’estremità sinistra c’è una parete in mattone, in basso invece dei grossi lastroni un po’ rovinati e consunti usati come gradini. Come se non bastasse, a conferire quest’aria da ricordo, l’utilizzo dell’effetto del bianco e nero che esalta le volumetrie e toglie prerogative al colore.

Daniela Alessi, Sgabelli impilati, fotografia, 2025,
Quando uno scatto può dirsi d’arte? L’artista lo avverte nel momento in cui lo scorge, quell’elemento inedito, quel quid in più capace di smuovere nel profondo. Basti osservare questi sgabelli o poggiapiedi, una decina, posti in file da cinque, impilati uno sull’altro, per restarne colpiti. Apparentemente non ci sarebbe nulla di straordinario eppure quello sgabello bianco un po’ fuoriposto spezza l’equilibrio e si fa guardare. Questi oggetti paiono aver preso vita e scalcitano l’un coll’altro per emergere, uscire dall’anonimato del gruppo e rivelare le proprie qualità. Differenti sono i bordi con i chiodini dalla capocchia semisferica, una fila continua per tutti tranne che per quei tre color panna. Due coppie hanno un velluto decorato a rombi (che compongono una fila, la seconda dal basso) e poi altri due sono separati da un velluto decorato a bande floreali alternate ad altre bordeaux. Tutto questo “sgomitare” teatrale confonde gli sgabelli che non si rendono conto di essere eguali fra loro e per di più posti in uno stanzino ad uso di ripostiglio. Che senso ha sforzarsi tanto per arrivare in cima? Al prossimo spettacolo verranno estratti di nuovo e poi rimessi via con un’ordine diverso. Serve aggiungere altro?

Daniela Alessi, I 2 soli, fotografia, 2025,
Soltanto un occhio artistico dalla buona osservazione avrebbe potuto accorgersi di una simile scena, da immortalare subito con l’obiettivo della macchina come se si trattasse di un lampo, di un’idea che altrimenti svanisce. Una finestra aperta, durante il giorno, con un lampadario acceso in un interno buio ed all’apparenza vuoto hanno un chè di misterioso e per così dire cosmico. Questa grande luce dalla forma sferica è simile ad una stella che occupa la sua posizione nel reticolo spaziale ed attorno al quale gravitano i pianeti con i loro satelliti. Si tratta di un inganno che il vetro della finestra duplica per una scena che risuona in uno spazio ridotto, replicabile, che imita il grande infinito cosmico esterno. Il serramento separa invece le realtà e ricompone le apparenze facendo un po’ di verità, come quella serranda che ha il sapore del palcoscenico. Da fuori si vede il buio, eppure il buio non è più tale una volta che si è dentro: occorre un poco di immaginazione.

Daniela Alessi, Magie di luce, fotografia, 2025,
I luoghi polverosi sono sempre affascinanti perché hanno in sé le impronte della vita passata, segnali alle volte indecifrabili di ciò che è stato e che solo uno sguardo sensibile può rievocare. In questo caso l’apertura sulla destra, probabilmente una porta, ha visto il passaggio di una persona che ha perturbato l’immobilità della stanza facendo danzare la polvere. A tutto il resto pensa la luce che con il suo millenario viaggio dalle profondità spaziali raggiunge il mondo e si rifrange attraverso l’atmosfera. Senza di essa non ci sarebbe la vita ed il mistero si svolge da sé permettendo che si verifichi questo prodigio ogni giorno. Un dato particolare è quello del colore, un arancio-bordeaux piuttosto caldo che offre un accogliente senso di spiritualità e misticismo. La resa dei vari raggi di luce regala linee inclinate, complete e morbide che lambiscono i lastroni di pietra solcati dall’uso del tempo. C’è in questo scatto un forte geometrismo che non è soltanto ideale e luminoso, ma anche concreto e globale, da cui è impossibile sfuggire.

Daniela Alessi, Cicatrici, fotografia, 2023,
Questo manichino non è altri che un involucro vuoto, un simulacro che un’anima sofferente ha abbandonato, finalmente libera dagli impacci terreni. Soffre chi resta, eppure chi se ne và non vorrebbe vedere scossi i propri affetti. Si tratta una maschera con un viso del tutto realistico, che potrebbe illudere che da un momento all’altro essa si smuova dal suo torpore per riprendere vita, quasi uno dei miracoli di Sant’Antonio. Tutto del suo aspetto denota una sofferenza, dai capelli stopposi ed arruffati, alla pelle screpolata ed alla maglietta logora e strappata... Il titolo ci parla di una femminilità violata che sì, soffre, ma al tempo stesso è risoluta e dimostra una resilienza ed un sapersi rialzare del tutto encomiabile. Dei rametti sporgono appena sulla destra, quasi un partecipare ad un dolore universale che grida giustizia, ad una violenza incomprensibile ed accanita che è contraria all’animo civile e che ci si dovrebbe impegnare a risolvere. Il verde acqua del portale risuona con il colore della palma sulla maglietta, che è un antico simbolo dei martiri cristiani e del martirio in generale.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Vi propongo oggi la seconda parte della mostra virtuale che per comodità ho chiamato Tutte artiste +1. In questo caso credo si possano facilmente individuare delle affinità, quasi una sezione extra rispetto alla prima parte. Ritorna più volte, come soggetto, il “di profilo” che si unisce ad un desiderio comunicativo esile e pacato, appena allegro, che rivitalizza uno spazio composto di temi antichi.

Emilia De Vitis, Piccola monostampa, monoprinting, 2025,
L’arte è eccelsa e sempre riesce a rilevare elementi altrimenti difficili da cogliere come la traccia di un’impalpabile presenza, oppure un’assenza, in una modalità profonda e dotta. Su un fondo rosso-azzurro si stagliano le nere sagome di alcune fronde, l’una disposta in verticale con piccole foglie, l’altra in orizzontale con foglie grandi e tonde. Al di sopra è calato un velo semitrasparente, una nebbia simile ad un tendaggio che misticamente delinea il profilo di un’anima, quasi un’ombra su muro, che potrebbe rappresentare un giovane pastore con cappello di paglia (sulla schiena) e bisaccia, ed al contempo una statua colma di una grande dignità. Non pare raffigurare una donna ed i suoi lineamenti efebici potrebbero indicare la sua identità. Che si tratti di Paride, che dà inizio alla guerra di Troia, oppure del bellismo Adone, o di Ganimede rapito da Zeus per divenire il coppiere degli dei? Il tema dell’amore, con la sua presenza/assenza, potrebbe rimandare allo stesso Eros. Quest’opera unica, non riproducibile in virtù della sua tecnica, è profonda e promette inesauribili riflessioni.

Ada Nori, La separazione, terracotta, 2023,
Una figura ieratica si staglia di netto da uno sfondo nero e dritta come un fuso rivela con spontanea eleganza la sua misura interiore, o forse una doppiezza d’animo che è stata ri-equilibrata, pacificata. Lo sguardo, le braccia disimpegnate lungo i fianchi e l’abito semplice sono segnati da una linea di demarcazione che però non riguarda i piedi, uniti e sulle punte. I capelli sono raccolti sulla nuca in una stretta crocchia che rimanda ad un’idea di autocontrollo che non lascia nulla al caso e trasmette un’accuratezza spiccata. Gli occhi sono aperti e guardano avanti, la bocca è dischiusa a comunicare un incomprensibile messaggio silenzioso e di leggera enigmaticità. Anche il cubetto su cui questa figura femminile è posta è rigoroso e geometrico, offrendo un piccolo spazio abitato con disinvoltura, assieme ad una tendenza che propende verso l’alto. Pare di scorgere uno di quegli idoli egizi con una figura di dea non zoomorfa che si ritrovano nelle tombe, un oggetto devozionale, magico, dai poteri taumaturgici (di guarigione).

Rossana Riboldi, La luminescente, ceramica raku, 2025,
Un grande bacile, simile ad una metà di luna, risplende perlaceo nel restituire bagliori d’oro e d’argento nell’attendere il suo utilizzo magari in qualche antica cerimonia misterica. La sua superficie esterna è butterata, con cavità e crateri che paiono scaglie di serpente, o di drago, ma anche petali dei fiori di loto cari al buddismo. La sua luminescenza ha qualcosa che attrae e che, lucida come un sogno, luminosa come un faro nella notte, conduce a nuovi eterei approdi. La sua superficie interna ricorda invece un vegetale, un tubero scavato dai toni verdeacqua, oppure un guscio o il grande carapace rovesciato di una tartaruga. Può essere che l’oggetto risuoni durante l’utilizzo con note d’argento credendosi quasi un bracere, un tripode di metallo prezioso che nell’antichità si riceveva in premio dopo aver vinto qualche gara (agone) per poi farne dono ad una divinità. Dopo questo rimando greco si potrebbe prendere lo slancio e guardare molto più ad oriente in virtù di una semplice irregolarità che parla di pause, ritmi studiati e contatto naturale.

Emilia De Vitis, Airone cinerino, tecnica mista, 2026,
Il profilo di unairone cinerino emerge tra le mangrovie più intricate per spiare gli umani e probabilmente guidarli nel loro viaggio. Al di sotto una ninfa cinge il corpo dell’animale e ricorda la posizione del supplice nell’antichità, ad abbracciare le ginocchia in atteggiamento sottomesso. Nel mito si ricorda la ninfa Teti che supplica Zeus di favorire il figlio Achille nei suoi terribili propositi di abbandono della guerra di Troia. Il suo sorriso è enigmatico, da gioconda, e con le mani imita divertita le zampe palmate dell’impassibile e stentoreo airone. Tra i due un ponte rosso, quasi uno di quelli che le leggende popolari indicano realizzati dal diavolo o da soprannaturali entità tentatrici. È come se qui ci fosse un sopra (con aria, vegetazione ondeggiante, ecc…) ed un sotto (acquatico, infero e magico). Da quest’ultima zona tutto si scioglie, scivola nell’astratto, e figura e non figura si fondono per suggestioni tutte piene che sanno miracolosamente restituire leggerezza.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Elena Greggio è una vivace artista padovana dedita al paesaggio, sulla soglia dell’astratto, che sviluppa con espressività e sentimento, unita ad un ritmo calibrato e policromo. Fabbriche simili ad antiche rovine, ma ancora in attività, emergono alle volte da queste wastelands (terre desolate) che, invece di rivelare tutto il dramma del reale, offrono spunti di speranza pur nella loro immediata solitudine. Si può dire che in lei ci sia inoltre una vena illustrativa, una sintesi lineare che riecheggia il Giappone con alle volte un interesse figurativo encomiabile. Negli ultimi anni il suo modo di dipingere è come se si fosse asciugato mirando ad un’essenzialità evocativa poetica sempre leggiadra ed elegante. Per questo la mente osservante viene guidata all’interno dell’opera per trovare molteplici spunti di interesse che parlino in profondità, a cuore ed anima.

Elena Greggio, Flying to… , tecnica mista, 2025,
Una montagna sacra si staglia di fronte ai nostri occhi e pare quasi sul punto di voler fendere quelle oscure nubi per rivestirsi dei raggi del sole e risaltare ancor di più. Ai piedi di questa immensa catena montuosa un ghiacciaio, in cui regna un freddo perenne, e più sotto una foresta simile ad una giungla. Si tratta di ambienti differenti che sono comunque in simbiosi tra loro e se crolla l’equilibrio nulla di tutto ciò potrà più essere, né la sua bellezza, né la sua vitalità. L’arte crea emozioni e sensibilità che inducono a prestare attenzione e farsi maggiormente consci di ciò che ci circonda per preservare il mondo e rimediare agli errori (innumerevoli) commessi. C’è una luce, nella parte centrale, che è quasi ultraterrena e si irradia da sé attraverso la copertura delle nevi. Il nero oscuro incombe, ma c’è ancora speranza fintanto che il verde è presente. La sacralità viene anche dall’insistere del numero tre, rimando trinitario: tre le sezioni dell’opera, tre le vette della catena…

Elena Greggio, Uno dei miei angeli (One of my angels), tecnica mista, 2013,
In quest’opera si può ben vedere di che cosa è fatto un angelo, si tratta di un’entità di pura luce che attraversa la materia tangibile portando messaggi più o meno benefici. Si può osservare il profilo di un angelo evanescente che oltrepassa forse un essere umano e lo fa con immensa concentrazione. Si tratta di un luminoso positivo, nella cui lunga chioma si possono ammirare visioni floreali di rose e tulipani su alti steli in un prato selvaggio irrorato di sole. La figura attraversata è invece ocra, ricorda un manichino e si trova nel buio, salvo per quel raggio che si posa sulla sua fronte quasi un dono divino. Al di sotto pare di scorgere delle alghe, quasi degli esseri viventi da brodo primordiale da cui tutta la vita, noi compresi, proviene. In alto a destra la luce ed è da qui che giunge l’angelo per abbracciare a suo modo questo manichino che è forse il modellino di fango da cui avrà origine Adamo, il primo uomo. Non si vedono le ali, ma siamo noi in fondo ad attribuirgliele, non ne hanno davvero bisogno.

Elena Greggio, Cartografia dell’assenza (Cartography of absence), tecnica mista, 2023,
Che questa visione sia un paesaggio aereo lo si capisce dalla vista a volo d’uccello in cui terre emerse si alternano alle acque di laghi e fiumi con i loro delta disposti a raggiera. Non si tratta di una visione reale ma di uno studio che traccia rotte sulle acque e stabilisce la disposizione degli appezzamenti. I fiumi, oppure bianche strade, paiono lische di pesce o le venature geologiche che eoni di sedimenti e compressioni hanno generato. Per un poco si potrebbe avere l’illusione di scorgere un profilo (l’occhio è l’isola) che vagamente ricorda quello del busto di Nefertiti. C’è infatti un senso di antichità insito in quest’opera che forse è dovuto ad un’illusione prodotta dai colori che ricordano il marmo rosso di Verona. Questi luoghi sono solo strade, letti di fiume… non c’è nulla: un porticciolo, delle rotte, un’isola… dov’è andata a nascondersi l’umanità?

Elena Greggio, A day dream (Sogno ad occhi aperti), tecnica mista, 2024,
Un edificio blu lapislazzulo simile ad una chiesa dalla volta a capanna, ad un tempietto, oppure ad un enorme pettine da Land-Art, si staglia assieme a due torri-obelisco in un ambiente scavato dall’uomo in cui ciò che sarebbe dovuto restare nascosto è apertamente in piena luce. Al di sopra dell’edificio una foschia d’oro: si tratta di un’aura sacrale o di un miasma nocivo? Impossibile dirlo, però quei polverosi raggi di luce che filtrano bianchi hanno il valore della rivelazione, a cui va aggiunta la magia del viola. Dietro, questa enorme parete pare costruita con innumerevoli esili alberi, un bosco ameno ma con evidenti insidie. Al di sopra un cielo nuvoloso e grigio, preannuncio di pioggia.

Elena Greggio, Futuro, acrilico, 2022,
Il formato circolare del supporto ricorda il cannocchiale che l’atipico birdwatcher potrebbe utilizzare, comodamente celato nel suo nascondiglio, per osservare al di fuori una realtà complessa e desolata. Si scorge il mondo da una fessura rettangolare, attraverso una parete in mattone che nasconde e contemporaneamente rivela tutte le cose. Che si tratti di fabbriche, quelle che si stagliano nere qua e là o s’intravvedono azzurre all’orizzonte? Difficile a dirsi, però quei due ripidi pinnacoli paiono delle spente ciminiere. Il cielo azzurro ghiaccio, con queste nubi bianche ed una leggera foschia, fanno pensare ad un luogo abbandonato che con il tempo si è allagato, e congelato, dopo il completo allontanamento dell’umanità. I toni pastello offrono un’idea favolistica che smorza la criticità di una visione post apocalittica offrendo una speranza, forse, come nella Nausicaa di Miyazaki (film d’animazione e manga giapponese).

Elena Greggio, Beautiful Poisons (Stupendi veleni), acrilico, 2023,
Anche qui un desolato paesaggio industriale, brullo e dalle esigue risorse d’acqua, in cui una grande fabbrica simile ad un tempio è in piena attività, si trasforma e quasi si trasfigura in qualcosa d’altro. Per quanto la visione sia a pensarci terribile, c’è un piacere visivo policromo, un’ariosità di vapori quasi di seta o garza che potrebbe far pensare ad un acquario, oppure alla danza dei sette veli di Salomè. Per rimanere sull’animazione viene alla mente una scena de’ La Bella addormentata nel bosco di Walt Disney in cui magie rosse e blu di una lotta fatata se ne escono dalla cima di un camino in sbuffi colorati. In ognuno di questi casi succedono eventi drammatici e l’occhio ne è piacevolmente colpito: si raggiunge il sublime, quel romantico terrore dilettevole caro all’ottocento. Nella zona sottostante di questa fabbrica (quasi una ziqqurat) ci sono molte antiche rovine, merlature erose dal tempo, solitari fantasmi degni di questi fumi colorati che la superficie ghiacciata non riesce a specchiare.

Elena Greggio, Rovine attive (Active ruins), tecnica mista, 2022,
Per i lettori de’ Il Signore degli Anelli non sarà difficile pensare ad un paesaggio di Mordor, il terribile dominio di Sauron, mentre l’edificio dipinto (nero e verde) potrebbe essere Minas Morgul, l’avamposto dei Nazgul, un tempo la splendida Minas Ithil, la Torre della luna… si sà, il satellite ha due facce. Il soggetto raffigurato è davvero una fabbrica dismessa, una struttura di archeologia industriale, che qui emana terribile i suoi fumi ammorbando il cielo per ripararsi dal sole ed attossicando le acque per cancellarne la vita. Nuovamente ritorna il formato circolare a restituire un po’ di perfezione visiva, unita alla linearità delle pareti dell’edificio, in un’opera altrimenti astratta.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.